Libertà di informazione

giugno 2010

Informare ed essere informati:
un diritto democratico fondamentale

«Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera». Così recita l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che nel 1950 ha consacrato il diritto alla libertà d’espressione come uno dei principi essenziali della democrazia. Attraverso la giurisprudenza di questo articolo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ricorda che il diritto all’informazione prevale su qualunque interesse politico o economico ed è compito degli Stati difendere questa libertà fondamentale. Lo stesso principio è stato ripreso dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nell’articolo 11 sulla libertà di espressione e informazione, dove si aggiunge che «la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati». «Questo spazio di libertà resta tuttavia alquanto fragile» osserva il Consiglio d’Europa, ricordando che ogni anno i rapporti delle diverse organizzazioni di difesa della libertà di stampa denunciano varie e molteplici violazioni.

«La crisi del giornalismo rischia di divenire un serio problema per la democrazia in Europa. In questi tempi difficili, è necessario che i giornalisti possano svolgere il loro ruolo fondamentale di osservatori e reporter indipendenti» ha dichiarato il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa (3 maggio). «Il panorama mediatico sta cambiando a un ritmo senza precedenti» ha sottolineato Hammarberg, osservando le forti concentrazioni editoriali, le chiusure di testate, i ridimensionamenti delle redazioni e contemporaneamente la mole sempre maggiore di informazioni sul web. «Il mercato dei media è in rapida crescita, ma offre una copertura sempre più superficiale – ha aggiunto –. Gli standard giornalistici sono in declino e con essi il ruolo di bilanciamento e controllo che i media svolgono nelle società democratiche».

La libertà di informazione è invece un elemento fondamentale della libertà di espressione. Essa implica la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni, quindi il libero accesso alle informazioni è un elemento centrale di questa libertà e il lavoro dei giornalisti dovrebbe essere agevolato, non limitato o impedito. Il Consiglio d’Europa sottolinea che «i giornalisti dovrebbero essere liberi di ricevere informazioni, anche in forma anonima», mentre «le legislazioni nazionali dovrebbero garantire la protezione delle fonti giornalistiche». Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo la protezione delle fonti è una delle condizioni fondamentali per la libertà di stampa, mentre l’ordine a un giornalista di rivelare una fonte non può essere giustificato se non esiste una ragione imperativa di interesse pubblico. I codici di etica professionale esistenti sono i mezzi più appropriati per affrontare la questione della divulgazione di informazioni riservate, osserva ancora il Consiglio d’Europa, rilevando come le sanzioni «adeguate e proporzionate» sono in genere strumenti sufficienti per sanzionare i giornalisti. Altro aspetto che il Consiglio d’Europa definisce «raggelante» per la libertà di espressione è quello della criminalizzazione per diffamazione: «Quando disposizioni di diffamazione si applicano ai mezzi di informazione o ad altri attori della società civile, questo potrebbe soffocare il dibattito politico e la stessa volontà degli individui a parlare (…). La sola esistenza di leggi sulla diffamazione è sufficiente a intimidire e provocare autocensura, anche in circostanze in cui tali leggi non vengono applicate». Nei casi poi di coinvolgimento di personaggi pubblici, la Corte europea dei diritti dell’uomo è particolarmente protettiva della libertà di espressione e stabilisce una “soglia alta”: i «limiti accettabili» della critica sono infatti più ampi se riguardano una carica pubblica rispetto a un privato cittadino. A causa della natura stessa della loro posizione, osserva quindi il Consiglio d’Europa, i politici dovrebbero accettare un notevole esercizio di controllo pubblico e limitare al massimo le loro reazioni alle critiche.

Di tutto ciò dovrebbero tenere conto i Paesi membri del Consiglio d’Europa, attenendosi ai principi della libertà di espressione e di informazione. Purtroppo questo non sempre avviene (come si può leggere nelle pagine di questo inserto) e in alcuni casi gli attacchi alla libertà d’informazione, oltre ai tentativi di pressione e controllo, assumono addirittura forma legislativa, con conseguenti legittime preoccupazioni da parte di tutti coloro che temono gravi ripercussioni sul livello democratico: non è casuale il riferimento al “caso italiano”, oggetto negli ultimi mesi di un dibattito in materia estesosi ormai a livello internazionale.

LE RACCOMANDAZIONI DEL CONSIGLIO D’EUROPA

• Gli Stati europei devono adottare misure per garantire la libertà dei media. Essi devono tutelare, garantire e promuovere l’indipendenza e il pluralismo dei media.

• Gli Stati dovrebbero garantire che tutti gli ostacoli sulla via della libertà di informazione siano rimossi e siano attivate le misure necessarie per facilitare l’accesso ai mezzi di informazione.

• La protezione delle fonti dei giornalisti dovrebbe essere confermata nel diritto nazionale.

• Dovrebbero essere sviluppati e applicati legislazioni e regolamenti adeguati sulla proprietà e il finanziamento dei mezzi di comunicazione, al fine di assicurare la trasparenza e l’indipendenza editoriale.

• Un meccanismo di regolamentazione indipendente dovrebbe garantire l’indipendenza dei media e il pluralismo. L’indipendenza di tale organismo dovrebbe essere salvaguardata attraverso la legislazione e i suoi stessi membri, nominati sulla base di un processo aperto e trasparente.

• Eventuali disposizioni penali sulla diffamazione devono essere abrogate e sostituite da disposizioni di diritto civile che prevedano sanzioni adeguate e proporzionate.

• Eventuali atti di violenza, molestia o intimidazione contro i giornalisti dovrebbero essere accertati in modo rapido, efficiente ed efficace e perseguibili penalmente. Le autorità dovrebbero inoltre adottare tutte le misure necessarie per prevenire tali atti.

• I media dovrebbero sviluppare un codice etico che definisca gli standard di professionalità e la cui attuazione dovrebbe essere garantita da un organismo di autodisciplina. Dovrebbero inoltre essere sviluppate forme di co-regolamentazione da parte di media, società civile e autorità pubbliche.

INFORMAZIONI:http://www.coe.int/t/dc/files/themes/media/default_IT.asp

Reporters sans frontières:«modello europeo incrinato»

Riportiamo di seguito il quadro della libertà di stampa in Europa pubblicato dall’organizzazione Reporters sans frontières (Rsf) all’inizio di quest’anno e relativo alla situazione monitorata nel 2009.

Per la prima volta dal 2002, i primi posti della classifica della libertà di stampa non sono più assegnati unicamente alle Nazioni europee. Solo 15 dei 20 primi Paesi dell’indice appartengono al Vecchio Continente, rispetto ai 18 nel 2008. Undici di questi 15 Paesi sono membri dell’Unione europea, inclusi i primi tre posti della classifica: Danimarca, Finlandia e Irlanda. Un altro Stato membro dell’Unione europea, la Bulgaria, continua a scendere nella classifica da quando, nel 2007, ha aderito all’Ue: ora è al 68° posto (contro il 59° del 2008), si tratta dello Stato membro dell’Ue con il punteggio più basso.

La Slovacchia è il Paese dell’area Ue che perde più punti nella classifica 2009: precipita di 37 posti arrivando così al 44° posto dell’indice. Questo è dovuto principalmente alle continue ingerenze del governo nelle attività dei media e all’adozione nel 2008 di una legge che impone un diritto automatico di risposta a mezzo stampa. Anche due Paesi candidati all’adesione all’Ue hanno riscontrato drammatiche perdite di punti. La Croazia (78°) perde 33 punti e la Turchia (122°) ne perde 20.

Stesso degrado della situazione riscontrato in Italia (49°) e in Bulgaria. In Italia – Paese con il punteggio peggiore tra i sei fondatori dell’Ue – gli attacchi della criminalità organizzata che prende sistematicamente di mira i giornalisti, le pressioni del governo e del presidente del Consiglio sui mezzi di comunicazione, il Ddl sulle intercettazioni spiegano la nuova posizione del Paese nella classifica di Rsf.

La Francia (43°) non se la cava molto meglio: nella classifica 2009 perde otto punti a causa delle indagini giudiziarie ordinate dalle autorità nei confronti di alcuni media, dei fermi di alcuni giornalisti e delle perquisizioni di svariate redazioni ma anche a causa delle ingerenze nell’universo mediatico da parte di alcuni politici, tra cui lo stesso presidente Nicolas Sarkozy.

La situazione della libertà di stampa nei Paesi più repressivi della regione, l’Uzbekistan (160°) e il Turkmenistan (173°), non è cambiata in modo sostanziale: i giornalisti subiscono ancora la censura governativa, detenzioni arbitrarie e violenze. Il dialogo avviato con l’Unione europea e con altri partner politici internazionali non sembra, per il momento, aver migliorato molto la situazione dei diritti umani in loco ed è purtroppo possibile che la comunità internazionale sacrifichi la difesa della libertà di espressione nella sua corsa per la sicurezza energetica poiché sia l’Uzbekistan che il Turkmenistan sono ricchi di risorse naturali, in particolare di idrocarburi.

La Russia (153°) perde 12 posizioni, classificandosi per la prima volta dopo la Bielorussia. Questa nuova posizione, tre anni dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja, è dovuta alle numerose uccisioni di giornalisti e di attivisti per i diritti civili e alle continue aggressioni subite dai professionisti dell’informazione locali. A questo si aggiunge il pericoloso aumento della censura e degli argomenti tabù che i giornalisti non “possono” affrontare e la totale impunità di cui ancora godono i responsabili – mandanti ed esecutori – delle uccisioni dei giornalisti.

Gli indicatori sottolineano un progressivo deterioramento della situazione della libertà di stampa in quasi tutte le ex-repubbliche sovietiche, ad eccezione della Georgia (81°) e, in misura minore, della Bielorussia (151°), Paese in cui il governo ha optato per un cauto e finora limitato miglioramento delle sue relazioni con la stampa nell’ambito del rinnovato dialogo con l’Ue. È tuttavia difficile prevedere se questi primi segnali positivi verranno confermati da concreti miglioramenti futuri o se saranno destinati a scomparire.

Il netto miglioramento della posizione della Georgia è dovuto all’assenza di conflitti armati nel periodo analizzato da Rsf, anche se le tensioni politiche nel Paese continuano ad avere un impatto negativo sull’operato della stampa. La situazione dell’Armenia (111°) è fortemente peggiorata a causa delle numerose aggressioni organizzate per punire i giornalisti considerati “pericolosi” e delle tensioni politiche che continuano a pesare sulla società e sui mezzi d’informazione nazionali.

Non vi è stato alcun cambiamento positivo nel vicino Azerbaijan, dove la situazione continua ad essere estremamente preoccupante, come lo hanno sottolineato i risultati del monitoring effettuato durante l’ultima campagna elettorale presidenziale, nel novembre 2008, e la decisione del Consiglio della radio-televisione nazionale di proibire la trasmissioni sulle frequenze locali delle stazioni radio straniere (Bbc, Radio Free Europe e Voice of America).

La situazione della libertà di stampa continua a peggiorare in Asia centrale, soprattutto in Kirghizistan (125°) e nel vicino gigante energetico Kazakhstan (142°): entrambi perdono più di 15 posti. Il Kazakistan si è distinto per il numero crescente di cause per diffamazione intentate contro giornali indipendenti e di opposizione e per le richieste da parte delle autorità di somme colossali per danni, tali da costringere le testate alla chiusura.

Il pessimo punteggio del Kazakistan – che ottiene il voto peggiore dal 2002 – è anche dovuto all’aumento di intimidazioni e violenze contro i giornalisti e all’adozione di una legge che impone ai siti Internet le stesse restrizioni applicate ai media tradizionali. In Kirghizistan, si registra lo stesso aumento di aggressioni e di intimidazioni nei confronti dei giornalisti, violenze che hanno portato numerosi professionisti dell’informazione a scegliere l’esilio, si deplora la copertura parziale dell’ultima campagna elettorale e le pressioni esercitate sulle emittenti radio straniere, che devono ottenere un permesso governativo per potere trasmettere a livello locale.

Il deterioramento della situazione della libertà di stampa in Turchia, e la sua evoluzione negativa nella classifica 2009, sono causati da un aumento sostanziale dei casi di censura che ha colpito in particolare i mezzi di comunicazione che rappresentano le minoranze (soprattutto i curdi), e dalla chiara volontà dei membri degli organi di governo, delle forze armate e del sistema giudiziario di mantenere il controllo sulle informazioni relative alle questioni di interesse generale.

In Croazia, Paese che desidera aderire rapidamente all’Unione europea, le relazioni con la Serbia continuano ad essere una fonte di tensione e rappresentano un argomento “pericoloso” per i giornalisti. I professionisti dei media che violano il tabù sono spesso vittime di violenze. Inoltre gli esponenti della criminalità organizzata sono spesso responsabili di attacchi e aggressioni nei confronti dei giornalisti.

(Fonte:http://rsfitalia.org/indice-della-liberta-di-stampa-2009/europa)

INFORMAZIONI: http://rsfitalia.org

FREEDOM HOUSE: ITALIA AGLI ULTIMI POSTI IN EUROPA

La libertà di stampa è in peggioramento a livello globale per l’ottavo anno consecutivo, secondo il Rapporto annuale pubblicato dall’organizzazione statunitense Freedom House, che per quanto riguarda l’Europa segnala ai primi posti della classifica mondiale i Paesi scandinavi Finlandia, Norvegia e Svezia cui si è avvicinata l’Islanda, dov’è stata proprio una campagna di stampa a far emergere nei mesi scorsi la difficile situazione dei conti pubblici. Seguono Danimarca, Belgio e Lussemburgo, buone prestazioni anche per Paesi Bassi e Irlanda seguiti a breve distanza da Germania e Portogallo. Tutt’altro invece per l’Italia, secondo l’analisi di Freedom House, che nella classifica europea (Europa occidentale) della libertà di stampa si piazza al 24° posto e il cui status è definito «parzialmente libero», tra gli Stati membri dell’Ue precede solo Bulgaria e Romania e nella classifica mondiale si situa addirittura al 72° posto insieme a Benin, Hong Kong e India.

Secondo il Rapporto, l’Italia resta il Paese dell’Europa occidentale con il più alto tasso di concentrazione dei mezzi di comunicazione, caratterizzata dalla «censura di ogni contenuto critico da parte della televisione di Stato» e da «interferenze politiche» che «si intrecciano alla possibilità di promuovere leggi a detrimento della diffusione di notizie».

INFORMAZIONI: http://freedomhouse.org/template.cfm?page=533

ITALIA: LA SCHEDA RISSUNTIVA DI RSF

I giornalisti in Italia affrontano quotidianamente la peggiore condizione lavorativa di tutta l’Unione europea. Le principali difficoltà che un reporter deve affrontare in Italia nello svolgimento del suo lavoro si possono divedere in due macro gruppi: il primo di carattere giuridico/legale e il secondo che riguarda la sicurezza personale.

Aspetti legati alle leggi o istituzionali

È l’unico Paese al mondo nel quale il presidente del Consiglio controlla direttamente la quasi totalità delle reti televisive nazionali: da una parte i tre canali della tv di Stato Rai in quanto primo ministro e dall’altra il più grande gruppo radiotelevisivo privato (tre canali nazionali, oltre a diversi giornali e a un network radiofonico).

La politica continua ad avere, per legge, una forte ingerenza nelle nomine delle tv e delle radio di Stato e, in generale, ha sempre più influenza anche sui media che non sono di proprietà statali.

La tv, in generale, rimane la principale fonte di informazione per oltre l’80% della popolazione e, in molti casi, è addirittura l’unica fonte. In questo scenario la tv attira altissime percentuali delle risorse pubblicitarie, cosa permessa da una legge (nota come “legge Gasparri”) che ha di fatto annullato qualsiasi limite di antitrust rispetto alle quote di raccolta.

L’istituto privato Nielsen, inoltre, ha certificato come nei primi mesi del 2009, quando si è riflettuta la crisi anche sul mondo dei media, sia aumentato l’esodo di inserzionisti pubblicitari verso i canali tv nazionali, soprattutto verso quelli privati del gruppo Mediaset. Tutto questo limita le risorse per la maggior parte dei giornali e delle radio italiane, indebolendone l’autonomia e impoverendone la qualità.

Per i giornalisti, inoltre, è molto difficile investigare sul mondo della politica e dell’economia. Molto spesso le istituzioni o i principali gruppi economici del Paese si rifiutano di fornire informazioni ai giornalisti, facendosi scudo del diritto di privacy sancito dalla legge italiana, in realtà abusandone e non rispettandone le norme.

Rimane, poi, anche il problema dell’accesso alla professione giornalistica, possibile solo attraverso un esame di Stato e con l’obbligo di iscrizione a un ordine professionale, e la presenza nel corpo delle leggi dello Stato italiano di misure molto pesati per i giornalisti in caso di diffamazione, come il carcere e forti multe.

La nuova legge sulla pubblicazione degli atti giudiziari

Al Parlamento, inoltre, è in discussione una legge (il cui iter legislativo è quasi concluso) che prevede la non pubblicazione di molti atti giudiziari, in particolare delle intercettazioni disposte dalla magistratura (sulle quali il governo ha comunque intenzione di porre un limite).

Oggi la legge italiana prevede che tutti gli atti d’indagine, compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, siano coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Il nuovo disegno di legge, invece, vieta di pubblicare qualsiasi atto (comprese le intercettazioni), anche per riassunto (oggi invece è consentito), fino alla chiusura indagini. Il divieto di pubblicazione è esteso a tutta la attività degli inquirenti, quindi anche ad arresti, sequestri o perquisizioni, dei quali non si potrà più dare notizia. È vietata sempre, invece, la pubblicazione di atti o di conversazioni o flussi di comunicazioni di cui sia stata ordinata la distruzione.

Se questa legge passasse i giornalisti, di fatto, non potrebbero più scrivere nulla circa i reati e le indagini della magistratura fino a chiusura delle indagini (da sei mesi a oltre un anno). Chi viola il segreto rischia il carcere fino a sei mesi, oltre a pesanti sanzioni. Come pena accessoria c’è anche la possibile sospensione dall’attività giornalistica per tre mesi. Pesanti multe sono previste anche per gli editori.

La sicurezza personale

I giornalisti che indagano sulla criminalità organizzata, soprattutto al Sud (mafia, ‘ndrangheta e camorra), lo fanno a loro rischio e pericolo. Molti di loro, infatti, vengono minacciati. Sono ormai famosi i casi di Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosanna Capacchione che vivono costantemente sotto scorta per essere stati ripetutamente minacciati di morte. Altre decine, però, subiscono minacce e attacchi quotidiani (come l’auto o la porta di casa date alle fiamme). A Ravenna e Ivrea due giornalisti sono stati aggrediti fisicamente dai protagonisti dei loro articoli (il primo dall’imputato di un processo e il secondo per aver criticato alcuni lavori pubblici nel centro storico di un paese).

Un nuovo fenomeno, infine, è quello delle minacce a giornalisti che si occupano di calcio da parte di gruppi ultra di alcune tifoserie, il più delle volte espresse con cori o con striscioni.

Fonte: http://rsfitalia.org/2010/05/03/italia-la-scheda-riassuntiva-di-reporters-sans-frontieres

Preoccupazioni internazionali
per l’anomalia italiana

Se desta preoccupazione il generale peggioramento della libertà di stampa, del pluralismo e della qualità dell’informazione in Europa, come dimostrano le riflessioni avanzate in materia dal Consiglio d’Europa, le analisi delle organizzazioni internazionali che svolgono un costante monitoraggio della situazione (ad esempio Reporters sans frontières e Freedom House) e le denunce delle Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti, è indubbia la particolare attenzione rivolta alla situazione italiana negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi.

L’anomalia italiana, così è definita ormai da anni a livello internazionale, è nota a tutti e riguarda la forte concentrazione di poteri nelle mani dell’attuale presidente del Consiglio, che è stato anche uno dei più attivi imprenditori italiani e che per questo ha esteso la sua influenza in vari ambiti della sfera economico-finanziaria e produttiva del Paese. Il fatto che non sia stata adottata in questi anni una legislazione consona sul conflitto di interessi lascia del tutto aperto il rischio che decisioni politico-amministrative possano favorire direttamente o indirettamente il capo del governo, il quale per la verità su alcune materie quali la giustizia e l’informazione ha preso o sollecitato negli ultimi anni varie iniziative che non hanno certo stemperato le accuse di conflitto di interessi, sollevate sia a livello nazionale che internazionale. In tema di comunicazione e informazione, poi, tale conflitto è evidente dato il controllo di fatto (seppur ufficialmente non diretto) del più grande gruppo privato e la possibilità di influenzare notevolmente il servizio pubblico, ancora oggetto dell’ingerenza dei partiti politici.

Così, nel corso dell’ultimo decennio l’Italia ha continuato a scendere nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa e di espressione, sono aumentate le critiche a livello internazionale sull’anomalia italiana soprattutto in tema di informazione e si sono moltiplicate le iniziative nazionali per la salvaguardia della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione e del livello democratico.

La grande manifestazione dell’ottobre 2009

Tra le iniziative più significative va certamente ricordata la manifestazione per la libertà d’informazione svoltasi a Roma il 3 ottobre 2009, organizzata dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e che ha portato in Piazza del Popolo circa 300.000 persone. In quella occasione, tra i molti interventi è risultato particolarmente significativo quello del presidente della Federazione internazionale dei giornalisti (International Federation of Journalists – Ifj) che rappresenta circa 600.000 membri di 120 associazioni di categoria appartenenti a oltre 100 Paesi.

Osservando come «quasi ovunque il giornalismo si trova sotto un’enorme pressione», causa tecnologie convergenti, crisi dei modelli di mercato, richieste di ristrutturazione da parte di datori di lavoro globali in cerca di profitti, e ovunque i giornalisti e le loro rispettive organizzazioni  stanno lottando «per erigersi a difensori delle virtù di un giornalismo basato su responsabilità sociali e valori», il presidente Jim Boumelha sottolineava che «proprio in Italia questa battaglia si è fatta più incisiva». In Italia, secondo il presidente dell’Ifj, la problematica centrale è «il futuro della democrazia stessa» e «le conseguenze per la democrazia italiana, e per la credibilità dell’Italia all’interno dell’Unione europea, sono ora oggetto di grave preoccupazione non soltanto per i giornalisti ma per le nostre stesse società».

Il tentativo di imposizione sui mezzi televisivi del capo del governo italiano, utilizzando i ricorsi legali e l’intimidazione finanziaria, costituisce un «attacco inaccettabile che deve essere respinto» auspicava il presidente della Federazione internazionale dei giornalisti, esortando tutti i presenti a lottare per i principi della libertà di stampa e per un giornalismo etico e libero.

Il dibattito al Parlamento europeo

Pochi giorni dopo, l’8 ottobre 2009, la questione giunse al Parlamento europeo in un dibattito sulla libertà di informazione in Italia. Alcuni dei parlamentari presenti (tra i quali il leader del Partito popolare europeo Joseph Daul) hanno insistito sul fatto che l’Europarlamento non può e non deve diventare la sede in cui trasferire problemi nazionali. Altri, invece, hanno sottolineato l’esistenza del problema, in Italia come in altri Paesi, e la necessità di affrontarlo nell’ambito di un quadro comune a tutti gli Stati membri, proponendo anche il varo di una direttiva sulla libertà di informazione.

Di questo avviso, ad esempio, David Sassoli (Socialisti e Democratici) secondo il quale «l’Italia è una grande democrazia, come dimostra la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, ma il diritto all’informazione deve essere garantito a livello di Ue con standard applicati e verificabili in tutti gli Stati membri». Su posizioni simili anche il belga Guy Verhofstadt, che ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che tre Paesi dell’Ue figurino tra quelli in cui, secondo l’organizzazione internazionale Freedom House, la libertà di informazione è «parziale», e l’olandese Judith Sargentini (Verdi Europei) che ha definito «vergognoso» il fatto di voler rimuovere il problema dall’agenda europea. Negava invece l’esistenza di un “caso Italia” in tema di libertà di informazione Francesco Speroni (Europa della Libertà e della Democrazia), sostenendo che «l’opposizione ha ampio spazio nei media» e che «non vi sono le condizioni per avviare contro l’Italia una procedura per violazione dei diritti fondamentali, per altro prevista dai Trattati».

Alla fine per soli tre voti non è passata una risoluzione sulla libertà di stampa in Italia, presentata dai gruppi del centrosinistra, che accusava il governo Berlusconi di fare pressioni sui media nazionali ed europei. Ma sulla libertà di stampa in Italia l’aula europarlamentare si dimostrò spaccata, dato che poco prima era stata bocciata un’altra risoluzione del centrodestra sullo stesso argomento ma con tesi diversa, in cui si affermava che in Italia non c’è alcuna minaccia alla libertà di stampa.

Le reazioni alle nuove norme sulle intercettazioni

Il dibattito internazionale sulla situazione italiana si è ulteriormente accesso negli ultimi mesi, in seguito alle nuove norme proposte dal governo italiano in materia di intercettazioni e in discussione al Parlamento. Ferma al proposito l’opposizione della Federazione nazionale della stampa italiana (oltre che di gran parte della società civile), che attraverso il segretario generale Franco Siddi e il presidente Roberto Natale ha definito il Ddl in discussione «un macigno per il diritto di cronaca» e ha lanciato un appello (vedi box a pag. IV).

Secondo la Fnsi, la cronaca sulle notizie non può mai diventare un reato e quindi essere oggetto di sanzioni, per editori e giornalisti, come le multe e il carcere. Così la Federazione della stampa italiana ha ribadito quattro punti che ritiene fondamentali: gli atti non più segreti non possono essere interdetti alla pubblicazione; una udienza filtro può e deve sgombrare il campo da ogni pregiudizio e stabilire quali siano gli atti di indagine che hanno rilevanza e, quindi, vengono depositati e resi disponibili anche per la conoscenza pubblica mettendo da parte gli altri documenti che riguardino persone o situazioni estranee; il Giurì per la lealtà dell’informazione che entro tre giorni si pronunci sui ricorsi per i casi di eventuale violazione della riservatezza delle persone da parte dell’informazione; tempi certi, non illimitati, della durata del segreto giudiziario. «Occorre sempre ricordare che il diritto fondamentale dei cittadini a conoscere e sapere i fatti di rilevante interesse pubblico è un diritto vitale irrinunciabile da cui dipende il corretto funzionamento del circuito democratico» ha sottolineato la Fnsi.

La posizione della Federazione della stampa italiana è totalmente sposata e sostenuta dalla Federazione internazionale dei giornalisti, che al proposito ha approvato all’unanimità una mozione durante il Congresso internazionale svoltosi a Cadice (Spagna) dal 26 al 28 maggio scorsi. Rilevando come il disegno di legge italiano che regolamenta le intercettazioni telefoniche «provoca l’interdizione del diritto di cronaca sulle indagini giudiziarie e limita in questo modo il diritto-dovere dei giornalisti di svolgere la loro professione e il diritto dell’opinione pubblica ad essere informata», l’Ifj definisce «illiberale» questa iniziativa legislativa, appoggia «le battaglie della Fnsi e di un vasto movimento di intellettuali, di organizzazioni del lavoro, associazioni dei magistrati per una giustizia in nome e nell’interesse del popolo» e denuncia «il pericolo che la democrazia in Italia come negli altri Paesi in cui ci sono iniziative simili possa essere lesa da iniziative mirate a intralciare le condizioni legali e regolamentari che permettono ai giornalisti di lavorare liberamente». Per questo l’Ifj si impegna a sostenere «questa battaglia di libertà e di indipendenza del giornalismo per il diritto dei cittadini ad una libera e corretta informazione, basata sull’accesso e la tutela delle fonti, e a proseguire nello stesso tempo le campagne per un giornalismo etico a garanzia degli interessi e dei diritti primari di ogni cittadino».

INFORMAZIONI: http://www.fnsi.ithttp://www.ifj.org

UN APPELLO PER LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE

Contro il disegno di legge sulle intercettazione e più in generale contro «l’informazione al guinzaglio», la Federazione nazionale della stampa ha lanciato insieme ai direttori dei principali giornali italiani un appello, sottoscritto da un numero crescente di persone. Direttori responsabili di quotidiani, tv e periodici, singoli redattori, comitati di redazione, associazioni, sindacati e cittadini stanno continuando a sottoscrivere questo appello formando «un fronte unitario che non ha precedenti nella storia recente del giornalismo italiano» sottolinea la Fnsi, che dato questo straordinario successo di partecipazione ha inserito il documento in un blog del suo sito web a cui si può accedere per inviare la propria adesione.

Ecco il testo dell’appello:

«I direttori e le redazioni dei giornali italiani, con la Federazione nazionale della stampa italiana, denunciano il pericolo del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche per la libera e completa informazione. Questo disegno di legge penalizza e vanifica il diritto di cronaca, impedendo a giornali e notiziari (new media inclusi) di dare notizie delle inchieste giudiziarie – comprese quelle che riguardano la grande criminalità – fino all’udienza preliminare, cioè per un periodo che in Italia va dai 3 ai 6 anni e, per alcuni casi, fino a 10. Le norme proposte violano il diritto fondamentale dei cittadini a conoscere e sapere, cioè ad essere informati. È un diritto vitale irrinunciabile, da cui dipende il corretto funzionamento del circuito democratico e a cui corrisponde – molto semplicemente – il dovere dei giornali di informare.

La disciplina all’esame del Parlamento vulnera i principi fondamentali in base ai quali la libertà di informazione è garantita e la giustizia è amministrata in nome del popolo. I giornalisti esercitano una funzione, un dovere non comprimibile da atti di censura. A questo dovere non verremo meno, indipendentemente da multe, arresti e sanzioni. Ma intanto fermiamo questa legge, perché la democrazia e l’informazione in Italia non tollerano alcun bavaglio».

INFORMAZIONI: per sottoscrivere l’appello http://fnsi-libera-informazione.blogspot.com

REPORTERS SANS FRONTIÉRES CONTRO LA «LEGGE LIBERTICIDA»

«Le intercettazioni telefoniche costituiscono spesso gli elementi principali che permettono di sostenere le inchieste su problemi di corruzione o della criminalità organizzata. Non ci si può aspettare che da un lato la stampa porti le prove di ciò che sostiene e dall’altro impedirle di fornirle ai propri lettori. Questa legge avrà come conseguenza quella di impedire di fatto le indagini». È quanto sostiene l’organizzazione internazionale Reporters sans frontiéres (Rsf), sottolineando che la magistratura italiana è la sola in grado di pronunciarsi sui dossier giudiziari, ma che l’esperienza ha dimostrato come l’apporto della stampa in questo ambito sia stato spesso della massima utilità.

Rsf ricorda inoltre che i giornalisti non sono responsabili né del contenuto delle intercettazioni né degli scandali che rendono pubblici. La loro pubblicazione per esteso sui media non è diffamatoria, ma di pubblico interesse. Le pene previste e l’ammontare delle multe è totalmente sproporzionato e può essere considerata censura vera e propria.

Per questo Rsf rivolge un appello alla responsabilità del Senato italiano «affinché non si renda complice di una legge liberticida, totalmente incompatibile con gli standard democratici europei che le assemblee parlamentari dovrebbero incarnare e tutelare. La posta in gioco di questa legge va oltre l’ambito nazionale. Se l’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, dovesse approvare questa legge, il segnale inviato agli altri Paesi sarebbe catastrofico e incoraggerebbe un bel numero di dittature a ispirarsi al momento opportuno a questo testo per limitare la capacità investigativa della stampa locale, con conseguenze ancora più drammatiche».

INFORMAZIONI: http://rsfitalia.org  –  http://en.rsf.org/italy-last-chance-for-senators-to-block-25-05-2010,37560.html

Difendere la qualità
del giornalismo in Europa

“Il giornalismo all’avanguardia di nuovi cambiamenti” è il titolo della dichiarazione adottata il 17 maggio 2009 nel corso della riunione annuale della Federazione europea dei giornalisti (European Federation of Journalists – Efj), svoltasi a Varna, in Bulgaria. La riportiamo di seguito perché esprime la posizione di sindacati e associazioni di giornalisti di 30 Paesi europei a favore della difesa del giornalismo di qualità in Europa.

L’enorme ristrutturazione dell’economia mediatica di tutto il mondo e particolarmente d’Europa pone serie domande per tutti coloro impegnati nel campo del giornalismo e dell’industria dei media.

La tecnologia che permette alle persone di creare e condividere contenuto sta effettuando tagli ai media che si sono rivelati utili a queste comunità di persone. Mentre i blog ed i social network accendono la luce in nuove parti del mondo, in altre parti i media tradizionali, in particolare i giornali, stanno spegnendo le luci.

I mercati dei media stanno collassando. Il volo della pubblicità verso Internet e verso una nuova generazione di utenti che hanno meno tempo per giornali e televisione tradizionale hanno gettato il panico in un’industria che sta tagliando i posti di lavoro e decurtando i costi editoriali; il tutto alle spese del giornalismo di qualità, indebolendo così il pluralismo democratico.

Nel corso degli ultimi mesi, il declino del giornalismo e dei media in Europa, causato da datori di lavoro disperati spinti a spremere ancora di più i profitti, si è intensificato enormemente a seguito della recente tendenza economica al ribasso. Tuttavia, la crisi mediatica alla quale stiamo attualmente assistendo in Europa era in preparazione da anni e nell’attuale congiuntura si trova a predare la recente recessione.

La crisi sta creando un enorme impatto sulle riserve dei media della vita democratica sociale e politica dell’Europa. Non esiste più un equilibrio soddisfacente tra i media del settore privato e altre produzioni che utilizzano fondi pubblici, in particolare le emittenti radiotelevisive. In maniera tradizionale questo equilibrio era servito a fornire ai cittadini europei un’informazione pluralista e diversificata.

Non esiste più alcuna certezza di riuscire ad assicurare il pluralismo dei media. Il settore privato non è più in grado di garantire la fornitura dei servizi informativi che hanno svolto un ruolo fondamentale nel preservare e accrescere gli standard della democrazia in Europa.

Allo stesso tempo, il paesaggio delle emittenti radiotelevisive pubbliche vive in una crisi propria ed è ancora sottoposto a pressioni pubbliche irragionevoli1. Anche i media europei – sia pubblici che privati – delle regioni maggiormente risparmiate dalla crisi si trovano sotto pressioni straordinarie.

Questa non è una crisi a breve termine. Negli Stati Uniti, l’estensione del collasso dei media tradizionali ha già causato un duro colpo ai professionisti del settore mediatico e agli enti pubblici. E non esistono dubbi sul fatto che prima di quando si possa pensare, anche l’Europa dovrà affrontare le conseguenze della ristrutturazione di mercato.

Questo cambiamento è inesorabile e offre potenziale per la creazione di comunità più aperte, più impegnate e più informate, ma questo accadrà soltanto se esisterà protezione per gli obiettivi pubblici e professionali del giornalismo – per stimolare, educare e informare il dibattito pubblico e rimproverare coloro che esercitano il potere nella società. Il giornalismo fornisce un meccanismo di scrutinio e di controllo della corruzione e mantiene le società aperte.

In risposta ad un ambiente così impegnativo, la Federazione europea dei giornalisti (Efj) crede che il futuro del giornalismo debba essere portato al centro del dibattito a livello nazionale e internazionale, in relazione al ruolo chiave che i media di tutta Europa svolgono nella creazione di una democrazia basata sulla stabilità, sulla giustizia e sull’equità sociale.

I giornalisti e i rispettivi sindacati sono determinati a difendere le condizioni di lavoro, gli standard professionali e i diritti di associazione che costituiscono la linfa vitale dei media democratici.

Noi crediamo che il giornalismo e il professionalismo dei media, che costituiscono il centro creativo dei media europei, debbano essere protetti, nutriti e incoraggiati a svilupparsi.

I principi del giornalismo etico

Con questo obiettivo, l’Efj esorta ad una campagna continentale che ravvivi l’impegno dei valori del servizio pubblico nei media e nel giornalismo di qualità, mediante l’Iniziativa di Giornalismo Etico e secondo i seguenti principi:

1. L’Efj è implacabilmente contraria a tutte le forme di censura e autocensura che costituiscono le barriere al progresso. La democrazia non può funzionare se i governi non riescono a creare le condizioni legali e di regolamentazione atte a consentire ai giornalisti di lavorare liberamente.

2. Il giornalismo ha bisogno di essere affidabile e credibile e ciò implica investimenti per creare posti di lavoro e investimenti da destinare alle aree connesse al lavoro del settore giornalistico, nonché l’eliminazione di condizioni sociali e lavorative precarie. Il diritto di tutti i giornalisti – staff permanenti o freelance – ad un lavoro eseguito in condizioni decenti, nell’ambito della tutela dei diritti d’autore e di uno status professionale rafforzato da regolamentazioni protettive, rappresenta una garanzia per la realizzazione di un giornalismo di qualità.

3. È necessario un maggior impegno nella preparazione e nel tirocinio professionale – particolarmente nelle società che lottano per sviluppare governi maggiormente rappresentativi, pluralisti e più aperti.

4. La convergenza dei multimedia richiede nuovi modelli di governance; consiglio stampa, consigli dei media radiotelevisivi, nonché differenti forme di autoregolamentazione, coregolamentazione e regolamenti vincolanti dal punto di vista legale. Le strutture esistenti vengono rese sempre più obsolete dalle realtà di Internet.

5. Il mutevole mondo delle informazioni richiede un’innovazione e una visione nuova che si basino su vecchi e affermati valori. L’Efj riconosce che queste sfide non possono essere superate dai giornalisti e dalle rispettive associazioni mediante un’azione autonoma e distaccata. Abbiamo bisogno di costruire nuove alleanze che coinvolgano tutti coloro che si trovano in gioco – proprietari di media, gruppi di civil society e responsabili della politica a livello nazionale ed europeo – per creare nuovi dialoghi e dibattiti concernenti il rafforzamento del ruolo dei media.

Dobbiamo afferrare l’opportunità del cambiamento dell’amministrazione all’interno dell’Unione europea e lanciare un dibattito pubblico, a livello nazionale ed europeo, circa il futuro dei media in Europa.

Questo dibattito non deve soltanto porre l’enfasi sulla politica delle comunicazioni o problematiche tecniche derivanti dalla convergenza tecnologica di telefonia, radiodiffusione, stampa e media informatici. Quest’ultimi risultano importanti, ma la sfida storica consiste nel rafforzare il ruolo del giornalismo come meccanismo centrale del pluralismo e dell’impegno pubblico nella vita democratica dell’Europa.

Le azioni per il cambiamento

Per questa ragione l’Efj, nel corso del proprio Meeting Annuale 2009 a Varna, dichiara che con le seguenti azioni collocherà i giornalisti d’Europa all’avanguardia di nuovi cambiamenti:

• Battersi in maniera vigorosa per i cambiamenti di condotta politica in Europa e per permettere un pieno esame degli sviluppi dei media nonché incoraggiare nuove iniziative, compreso un summit a livello europeo che coinvolga tutti i “portatori di interesse” e la creazione di una taskforce di rappresentanza dei media nell’Unione europea, con rappresentazione sindacale, per guidare gli Stati membri nella loro navigazione fra le incertezze create all’interno della crisi mediatica.

• Ricercare, con i proprietari dei media e altri partner, le possibilità di miglioramento delle strutture per un dialogo con i responsabili della politica e con i governi.

• Sostenere proposte a livello nazionale ed europeo per apportare un urgente aiuto ai media e allo stesso tempo per sottolineare che nessuna forma di assistenza, sia essa tradizionale o innovativa, deve essere subordinata a quanto segue:

- rispetto dei principi eticidi indipendenza editoriale e libertà giornalistica e rafforzamento di questi valori nel paesaggio mutevole dell’organizzazione dei media e del giornalismo;

- rispetto dei diritti sociali, compresi standard lavorativi e condizioni di lavoro dignitosi per i giornalisti e tutti gli altri dipendenti del settore mediatico;

- investimenti in giornalismo di qualità, promozione della diversità e riaffermazione dei valori del servizio pubblico in sistemi mediatici pluralistici.

• Continuare a monitorare i cambiamenti che si stanno registrando in tutta l’industria europea e relazionare relativamente agli sviluppi.

• Sostenere i giornalisti nella loro resistenza contro strategie di taglio dei costi avventate, promuovere lo sviluppo di forti associazioni Efj in tutta l’Europa e la loro capacità di raggiungere tutte le categorie sociali, in particolar modo i giovani.

• Organizzare una Conferenza a livello europeo sulla crisi dei media con lo scopo di identificare le ulteriori azioni da intraprendere in difesa del lavoro del giornalista e lo sviluppo di nuove iniziative volte a rafforzare i media in Europa.

L’Efj crede che il futuro possa offrire grandi opportunità nonché importanti sfide. Noi sosteniamo i nostri membri sindacali nel loro compito di difesa della professione e dei posti di lavoro dei giornalisti e promuoveremo un nuovo impegno sociale, dialogo e dibattito che mettano in luce l’importanza di una società di valori, dialogo e libertà di stampa per tutti.

INFORMAZIONI: http://europe.ifj.org/en

LE CRITICHE DELL’EFJ ALLA COMMISSIONE EUROPEA

«La Commissione europea ha mostrato poco interesse per la crisi del pluralismo dell’informazione e della democrazia in Europa, ignorando i vari appelli lanciati dalle associazioni e dai sindacati dei giornalisti»: questa la forte critica espressa dalla Federazione europea dei giornalisti (Efj) durante la sua riunione annuale di Varna, nel maggio dello scorso anno. L’Efj, Federazione che rappresenta oltre 250.000 giornalisti di 30 Paesi europei, ritiene infatti che mentre «la struttura tradizionale del pluralismo dell’informazione, dalla quale dipende la democrazia in Europa, è sull’orlo del collasso», i responsabili dell’esecutivo dell’Ue «rimangono in disparte e non sono nemmeno disposti a confrontarsi seriamente con i rappresentanti dei giornalisti europei per discutere della crisi». Eppure è noto che ci si trovi di fronte a una situazione senza precedenti anche nel settore dei media, con decine di migliaia di operatori della comunicazione messi fuori dal lavoro e centinaia di media sull’orlo della chiusura.

Mentre però i rappresentanti dei gruppi politici presso il Parlamento europeo hanno convenuto con l’Efj sul fatto che il ruolo e il futuro dei media devono essere posti al centro delle preoccupazioni europee, la Commissione europea è rimasta piuttosto indifferente: «Siamo costernati dal fatto che il presidente della Commissione, Barroso, abbia incontrato editori e proprietari di media mentre i suoi funzionari non siano nemmeno riusciti a rispondere a una lettera da noi inviata» hanno dichiarato i responsabili dell’Efj, secondo i quali «è impossibile non concludere che questa indifferenza mostra come la Commissione sia ossessionata dalla propria strategia di comunicazione e dalla propria immagine piuttosto che affrontare la realtà generale della crisi dei media».

EFJ: CONTRASTARE LA «SPIRALE DI DECLINO» DEI MEDIA

Nel corso dell’assemblea generale svoltasi a Istanbul nei giorni 16-18 aprile 2010, la Federazione europea dei giornalisti (Efj) ha lanciato un appello contro «gli attacchi ai diritti del lavoro e agli standard di giornalismo in tutto il continente europeo».

Secondo il presidente dell’Efj, Arne König, «una miscela tossica di tagli editoriali, precarie condizioni di lavoro e giornalismo non etico ha creato una spirale di declino per i media e la democrazia in Europa», per questo i sindacati dei giornalisti devono «lottare duramente» al fine di «cambiare rotta» e ripristinare la fiducia del pubblico in un sistema mediatico che sia «credibile, pertinente e trasparente».

Il dibattito è stato incentrato sulla sicurezza del futuro del giornalismo e sulla necessità di contrastare l’impatto della crisi dei media, che ha visto numerose chiusure di giornali e tagli nelle redazioni di tutti i settori dell’informazione.

In seguito alla migrazione della pubblicità e del pubblico verso il web e i servizi online, i profitti sono diminuiti e i datori di lavoro tendono a utilizzare sempre più dilettanti mal pagati per riempire buchi editoriali. «È in gioco il futuro del giornalismo e i sindacati sono determinati a lottare per l’occupazione e per i valori professionali, sostiene l’Efj che per questo ha adottato un vasto programma di lavoro che include il lancio di campagne sulla qualità dei media e azioni per migliorare le condizioni di lavoro.

L’Efj ha contribuito a mettere la crisi dei media all’ordine del giorno dell’Unione europea e ha chiesto a Parlamento e Commissione europei di incoraggiare gli Stati membri ad aprire dibattiti nazionali sul rafforzamento del giornalismo come bene pubblico. «Le risposte devono essere trovate, in particolare per la crisi di finanziamento – ha aggiunto König – ma non devono esserci compromessi con l’indipendenza editoriale o la necessità di un giornalismo credibile ed etico». Il messaggio lanciato dall’assemblea generale di Istanbul, ha sottolineato la Federazione europea dei giornalisti, è che «l’unità è la nostra grande forza e questa solidarietà sarà la chiave per vincere le battaglie sulla direzione futura del giornalismo e dei media».

Una Carta europea per la libertà di stampa

In Europa esiste anche una Carta europea per la libertà di stampa, siglata Il 25 maggio 2009 da 48 giornalisti europei di 19 Paesi per proteggere la stampa dalle interferenze dei governi e assicurare l’accesso alle fonti di informazione. Qualche giorno dopo essere stata sottoscritta, la Carta fu consegnata ufficialmente alla Commissione europea, nello specifico all’allora commissaria europea responsabile per l’Informazione e i media, Viviane Reding.

I dieci articoli della Carta delineano i principi fondamentali che i governi devono rispettare nei rapporti con i giornalisti, fra cui il divieto della censura, la libertà di accesso alle fonti di informazione nazionali e straniere e la libertà di ottenere e diffondere le informazioni.

La Carta, multilingue, sottolinea inoltre la protezione dei giornalisti dai tentativi di vigilanza e auspica un sistema giudiziario efficace per tutelare i diritti degli operatori dell’informazione.
L’idea di una Carta per la libertà di stampa era nata nel 2007 durante una riunione fra l’allora commissaria europea Reding, il caporedattore della rivista tedesca “Stern”, Hans-Ulrich Jörges, e altri caporedattori di vari giornali europei, mentre fin dal 2005 si tengono annualmente dialoghi ad alto livello fra i rappresentanti della carta stampata e la Commissione su una serie di argomenti, organizzati dalla task force per i media dell’esecutivo europeo incaricata di analizzare tutto il materiale prodotto dalla Commissione per assicurare che le sue iniziative non danneggino intenzionalmente la libertà editoriale o commerciale della stampa.
Questa Carta «ricorda che, per promuovere una vera libertà di stampa, le autorità pubbliche devono svolgere un ruolo preciso: devono essere pronte a proteggere la libertà di espressione e a favorirne lo sviluppo» aveva osservato Viviane Reding, secondo la quale «la Carta rappresenta quindi un importante passo avanti per rafforzare questi valori e diritti fondamentali, che i giornalisti possono invocare nei confronti dei governi o delle autorità pubbliche quando vedono la libertà del loro lavoro minacciata in modo ingiustificato». Hans-Ulrich Jörges, tra i promotori dell’iniziativa, ha invece auspicato che «il riconoscimento della Carta diventi un requisito nell’ambito dei negoziati per l’allargamento con i Paesi candidati all’adesione all’Ue. L’obiettivo principale della Carta è avere un’Europa unita anche nel settore del giornalismo e offrire a tutti i colleghi la possibilità di invocarne i principi in caso di violazioni della libertà di stampa».

INFORMAZIONI: http://www.pressfreedom.eu/en/index.php

IL TESTO DELLA CARTA EUROPEA PER LA LIBERTÀ DI STAMPA

Art. 1

La libertà della stampa è fondamentale per una società democratica. Tutte le autorità pubbliche devono osservarla e proteggerla nonché rispettare la diversità dei mezzi di comunicazione giornalistica, sotto qualsiasi forma, e la loro missione politica, sociale e culturale.

Art. 2

È vietata ogni forma di censura. Si deve garantire che il giornalismo indipendente in tutti i media sia libero da persecuzioni e rappresaglie e non subisca alcuna ingerenza politica o regolamentare da parte dello Stato. La stampa e i media on line non devono essere soggetti a una licenza statale.

Art. 3

Il diritto dei giornalisti e dei media alla raccolta e alla diffusione di informazioni e opinioni non deve essere minacciato, limitato o reso passibile di sanzione.

Art. 4

La protezione delle fonti giornalistiche deve essere strettamente osservata. Sono vietate le perquisizioni di redazioni e di locali di giornalisti, la sorveglianza o l’intercettazione delle comunicazioni di giornalisti finalizzate a scoprire le fonti d’informazione o violare il segreto professionale.

Art. 5

Gli Stati devono garantire che i media godano della piena protezione di un sistema giudiziario indipendente e delle autorità nell’assolvimento dei loro compiti. Ciò vale in particolare per la difesa dei giornalisti e dei loro collaboratori da aggressioni fisiche e da molestie. Qualsiasi minaccia o violazione di questi diritti deve formare oggetto di un’accurata indagine ed essere sanzionata dagli organi giudiziari.

Art. 6

L’esistenza economica e l’indipendenza dei media non devono essere messe in pericolo da istituzioni statali o controllate dallo Stato, o da altri organismi. È vietato il ricorso alla minaccia di sanzioni economiche. Le imprese private devono rispettare l’indipendenza editoriale dei media e astenersi da esercitare pressioni sul contenuto editoriale o dal cercare di offuscare la differenza tra contenuto pubblicitario e contenuto editoriale.

Art. 7

Le istituzioni statali o controllate dallo Stato non devono ostacolare la libertà d’accesso alle informazioni dei giornalisti. Esse sono tenute a sostenere la loro missione d’informazione.

Art. 8

I media e i giornalisti hanno il diritto di accedere liberamente a tutte le informazioni e fonti di informazioni, anche in provenienza dall’estero. Ai giornalisti stranieri devono essere rilasciati senza indugio visti, accreditamenti e altri documenti indispensabili all’espletamento dei loro compiti di informazione.

Art. 9

In tutti gli Stati l’opinione pubblica deve godere del libero accesso a tutti i mezzi di comunicazione e fonti di informazioni, nazionali e stranieri.

Art. 10

Lo Stato non deve limitare l’accesso alla professione di giornalista.

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