Riprende il dibattito sull’orario di lavoro

marzo 2010

La direttiva europea sull’orario di lavoro torna ad essere argomento di discussione a livello europeo, circa un anno dopo la sospensione del dibattito sulla revisione causata dall’impossibilità di giungere a un accordo tra le parti. Una questione, quella dell’orario di lavoro, complessa e delicata che assume un significato particolare in un momento di crisi economica e occupazionale.

Il 24 marzo scorso la Commissione europea ha così pubblicato una comunicazione in cui ha chiesto il parere dei rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro sulle opzioni per un riesame delle regole dell’Ue in materia di orario di lavoro. Nella prima fase della consultazione è chiesto alle parti sociali europee se è avvertita o meno la necessità di intervenire sulla direttiva 2003/88/CE (orario di lavoro, appunto) e, in caso di risposta affermativa, quale portata dovrebbe avere il riesame.

«L’impossibilità di raggiungere l’anno scorso un accordo sulla revisione della normativa sull’orario di lavoro non significa che i problemi legati alle regole esistenti si siano risolti da soli. Siamo ancora in attesa di trovare una soluzione equilibrata che affronti i bisogni reali dei lavoratori, delle aziende e dei consumatori nel XXI° secolo» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione, gli Affari sociali e l’Inclusione, László Andor, aggiungendo: «Dobbiamo procedere a un ampio riesame delle regole basato su un’approfondita valutazione di impatto con forte dimensione sociale. Invitiamo le parti sociali a un’ampia riflessione su questa questione cruciale e le sollecitiamo a presentare proposte innovative che consentano di travalicare i dibattiti infruttuosi del passato».

Un percorso lungo e complesso

Fin dal 1990 la Commissione europea è intervenuta sulla materia per formulare una normativa comunitaria, poi scaturita nelle direttive 104 del 1993 e 88 del 2003.

La direttiva del 2003 stabilisce requisiti minimi in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, tra l’altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonché relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro. La stessa direttiva prevedeva una clausola di revisione della normativa, così dal dicembre del 2003 è iniziato un lungo processo non ancora conclusosi. Un processo durante il quale, oltre alle profonde divergenze di interessi tra le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, sono emersi forti contrasti tra le istituzioni europee. Da un lato Commissione e Consiglio favorevoli alla clausola che prevede la possibilità di estendere l’orario di lavoro settimanale da 48 ore fino a 60-65 ore e a non considerare i tempi di guardia come tempi di lavoro, dall’altro il Parlamento fermamente contrario a questa impostazione e schierato in difesa dei diritti dei lavoratori, in particolare rispetto alla salute e sicurezza e alla necessità di conciliare la vita lavorativa con quella privata-familiare. Contrasti che hanno portato già a due proposte della Commissione, una posizione comune del Consiglio definita solo nel settembre 2008 e vari emendamenti dell’Europarlamento che hanno di fatto bocciato finora i punti più rilevanti delle proposte di revisione.

La questione dell’“opt-out”

Una delle questioni più dibattute è quella relativa alla cosiddetta clausola dell’opt-out, che consente di derogare al limite dell’orario settimanale stabilito dalla direttiva.

Ottenuto e adottato inizialmente dal Regno Unito per consentire la settimana “lunga” ai lavoratori, l’opt-out si è poi via via esteso a ben 15 Stati membri, diventando questione europea a tutti gli effetti: oltre al Regno Unito anche Bulgaria, Cipro, Estonia e Malta vi ricorrono in tutti i settori lavorativi, mentre Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia.

Ora però, in un momento di recessione economica, con milioni di disoccupati e cassintegrati, la richiesta dei governi di consentire alle aziende di prolungare il tempo di lavoro dei loro dipendenti fino a 60 e più ore settimanali pare essere quanto meno fuori luogo. O meglio, un tentativo di dare il via libera a straordinari detassati e a un ulteriore impoverimento del mercato del lavoro, con ripercussioni dannose per quanto concerne i già precari livelli di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Perché una revisione?

Il dibattito è poi naturalmente influenzato dai cambiamenti fondamentali intervenuti nel mondo del lavoro europeo negli ultimi vent’anni. Ad esempio, osserva la Commissione, la media delle ore lavorate settimanalmente nell’Ue è scesa da 39 ore nel 1990 a 37,8 ore nel 2006, mentre la quota dei lavoratori part-time all’interno della forza lavoro è aumentata passando dal 14% nel 1992 al 18,8% nel 2009. Si registra inoltre una crescente differenziazione nell’ambito degli orari lavorativi individuali nel corso dell’anno e nell’arco della vita lavorativa, a riprova di una maggiore attenzione per l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, con misure quali l’orario flessibile o i crediti di tempo, oltre a un aumento dell’autonomia dei lavoratori di pari passo con l’espansione dell’economia basata sul sapere. D’altro canto, però, i sindacati europei denunciano come troppo spesso questa flessibilità di orari sia imposta e quindi più subita che scelta dai lavoratori (vedi articolo a fianco).

A fronte di una situazione profondamente trasformata, la Commissione intende quindi procedere a un ampio riesame della normativa vigente in materia di orario di lavoro partendo da una valutazione delle disposizioni attuali e delle  problematiche legate alla loro applicazione prima di esaminare nel merito le diverse opzioni che si offrono. Nelle intenzioni manifestate dalla Commissione, il riesame si configurerà in una serie di obiettivi politici tra cui la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, il miglioramento dell’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, la flessibilità per le aziende e i lavoratori senza peraltro imporre oneri amministrativi inutili alle imprese, soprattutto le piccole e medie.

La prima fase di consultazione delle parti sociali è un primo passo verso un ampio riesame della direttiva. Le parti sociali hanno sei settimane per esprimere il loro punto di vista alla Commissione. Parallelamente alle consultazioni, la Commissione condurrà un’approfondita valutazione di impatto in cui rientrerà anche l’esame dell’applicazione legale della direttiva negli Stati membri e lo studio degli aspetti socioeconomici da tener presenti all’atto di un riesame approfondito della direttiva. La Commissione esaminerà i pareri espressi nella prima fase di consultazione e deciderà quindi se sia opportuna un’azione a livello di Ue. Se la Commissione deciderà in tal senso avvierà una seconda fase di consultazioni delle parti sociali a livello europeo che riguarderà il contenuto di un’eventuale proposta di azione.

INFORMAZIONI:

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=706&langId=it&intPageId=205

FONDO GLOBALIZZAZIONE:

AIUTI A LAVORATORI TEDESCHI E POLACCHI

Il Parlamento europeo ha deciso di impiegare 7,6 milioni di euro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione a favore di circa 3000 lavoratori tedeschi e lituani che hanno perso il lavoro, come sostegno per la formazione, il lavoro autonomo e l’orientamento professionale.

Tra il dicembre 2008 e il marzo 2009 circa 2500 lavoratori persero il loro posto presso il Karmann car manufacturing group, in Germania; di questi, almeno 1793 furono considerati idonei a ricevere l’aiuto europeo attraverso il Fondo globalizzazione. Così come avvenuto per altri circa 1200 lavoratori che hanno perso il lavoro in Lituania tra l’ottobre 2008 e il luglio 2009.

Con un budget totale di 500 milioni di euro, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione è stato istituito per aiutare coloro che hanno perso il posto di lavoro a riqualificarsi e trovare un nuovo impiego nel minor tempo possibile. Nel 2009 il Parlamento europeo ha approvato 10 richieste di 8 Paesi membri, distribuendo sussidi per oltre 52 milioni di euro destinati ad aiutare 15.827 persone a rientrare il più velocemente possibile nel mondo del lavoro. Anche l’Italia ha richiesto un aiuto di 10,6 milioni per 2577 ex-lavoratori del Gruppo Merloni, produttore di elettrodomestici, e la domanda è attualmente in fase di valutazione.

Gli aiuti si attivano solo nei casi di licenziamenti massicci: almeno 500 persone in un periodo di 4-9 mesi, a seguito di un mutamento delle condizioni di mercato dovuto alla globalizzazione. Il Fondo di adeguamento può coprire il 65% degli aiuti ai lavoratori (il resto è pagato dallo Stato, dalla Regione o dalle autorità locali) destinati alla ricerca di un nuovo lavoro, a corsi di preparazione e orientamento professionale o all’avvio di nuove attività. Le domande sono approvate dal Parlamento Europeo come parte del bilancio annuale e i Paesi coinvolti hanno 12 mesi di tempo per impiegare i fondi ricevuti.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=326&langId=it

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