Dare nuovo impulso alla parità di genere

marzo 2010

Ogni anno la Commissione europea sottopone al Consiglio europeo di primavera una Relazione sui progressi compiuti per promuovere la parità di genere negli Stati membri dell’Ue e presenta le sfide e le priorità per il futuro. Nonostante l’evoluzione positiva verso una società e un mercato del lavoro più egualitari, le disparità tra donne e uomini persistono, mentre l’attuale crisi economica fa temere che i risultati ottenuti in fatto di pari opportunità possano essere compromessi e che gli effetti della recessione possano farsi sentire maggiormente sulle donne. «Il rallentamento dell’attività economica potrebbe essere utilizzato per giustificare una limitazione o un taglio delle misure a favore della parità, rischio questo confermato dall’analisi delle risposte nazionali alla crisi» osserva la Commissione europea, secondo cui però questi tempi di crisi rappresentano anche un’occasione per introdurre cambiamenti, in quanto la parità di genere costituisce uno dei presupposti per la crescita sostenibile, l’occupazione, la competitività e la coesione sociale.

Il 2010, poi, può essere l’occasione per creare maggiori sinergie tra le diverse strategie che devono essere riesaminate: la Commissione europea rinnoverà il suo impegno a favore della parità di genere adottando una strategia che succederà all’attuale tabella di marcia; la strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione sarà aggiornata ed è importante che la parità di genere sia integrata nella nuova strategia Europa 2020 (vedi l’inserto di questo numero); il 2010 è l’Anno europeo della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, il che consentirà di mettere in evidenza la necessità di efficaci misure a favore dell’inclusione dei gruppi vulnerabili; infine, quest’anno è il quindicesimo anniversario della piattaforma d’azione di Pechino, occasione per valutare i progressi realizzati nei diversi settori d’azione per la parità di genere.

Le disparità
tra donne e uomini

La Relazione sulla Parità tra donne e uomini 2010, presentata dalla Commissione europea nel dicembre 2009, presenta un quadro approfondito della situazione europea e sottolinea che «la lotta contro le diseguaglianze persistenti tra le donne e gli uomini in tutte le sfere della società rappresenta una sfida a lungo termine in quanto comporta cambiamenti strutturali e comportamentali e una ridefinizione dei ruoli delle donne e degli uomini». I progressi sono lenti, osserva la Relazione, e le disparità di genere persistono a livello di tassi d’occupazione, di retribuzione, di orario di lavoro, di accesso a posti di responsabilità, di condivisione delle responsabilità in materia di impegni familiari e domestici e di rischio di povertà.

Uno sviluppo positivo è rappresentato dalla presenza sempre più massiccia delle donne sul mercato del lavoro: contribuendo in maniera significativa alla crescita economica nell’Ue, rappresenta infatti un quarto della crescita annuale dal 1995 ad oggi. Nell’ultimo decennio il tasso d’occupazione femminile è aumentato di 7,1 punti percentuali, raggiungendo il 59,1% nel 2008 e avvicinandosi così all’obiettivo di Lisbona (60% nel 2010), nonostante le forti differenze tra gli Stati membri (da meno del 40% a più del 70%). Lo scarto medio tra il tasso d’occupazione femminile e quello maschile è sceso da 18,2 punti nel 1998 a 13,7 punti nel 2008.

«La crisi economica, con le sue gravi ripercussioni sui tassi d’occupazione e di disoccupazione, ha tuttavia interrotto questa tendenza positiva» osserva la Commissione. Se tra il maggio 2008 e il settembre 2009 il tasso di disoccupazione nell’Ue è aumentato più sensibilmente per gli uomini (dal 6,4% al 9,3%) che per le donne (dal 7,4% al 9%), perché sono stati colpiti duramente i settori dell’industria e delle costruzioni, a prevalenza di manodopera maschile, negli ultimi mesi i tassi di disoccupazione femminile e maschile sono cresciuti allo stesso ritmo e «ciò riflette l’allargamento della crisi ad altri comparti, in cui la composizione degli occupati per sesso è più equilibrata di quella dei settori colpiti per primi». Inoltre, sottolinea la Relazione, in una dozzina di Stati membri la disoccupazione permane più elevata fra le donne e, dal momento che il settore pubblico è quello che assorbe maggiormente forza di lavoro femminile, un numero proporzionalmente maggiore di donne potrebbe perdere il posto di lavoro a causa dei tagli di bilancio.

Inoltre, la Commissione nota come l’esperienza delle crisi del passato riveli che il tasso d’occupazione degli uomini risalga in generale più rapidamente di quello delle donne e che in caso di perdita del lavoro il rischio di non essere riassunti è più elevato per le donne. Secondo la Relazione è poi importante «prestare particolare attenzione all’evoluzione dei tassi di disoccupazione durante la recessione, ma non vanno trascurate altre tendenze, meno visibili»: ad esempio la sovrarappresentazione delle donne tra gli inattivi (esse rappresentano più dei due terzi dei 63 milioni di persone tra 25-64 anni che sono inattive nell’Ue) o tra i disoccupati part-time (ossia i lavoratori a tempo parziale che vorrebbero aumentare il loro orario di lavoro) che non sono necessariamente registrati come disoccupati.

Inoltre, osserva la Relazione, è più probabile che le donne siano svantaggiate sul mercato del lavoro perché, ad esempio, tra le donne è più elevata la percentuale di contratti precari e di lavoro part-time non volontario e perché persistono disparità salariali a loro svantaggio, «con conseguenti ripercussioni sul livello di reddito nell’arco della loro vita, sulla protezione sociale e sulle pensioni e tassi di rischio di povertà più elevati, in particolare tra le pensionate»: nel 2007, il tasso di rischio di povertà delle donne (17%) superava quello degli uomini (15%); inoltre, il divario era particolarmente marcato tra le persone anziane (22% delle donne rispetto al 17% degli uomini) e le famiglie monoparentali (34%). «Le famiglie subiranno una maggiore perdita di reddito (a causa della perdita del lavoro) nei Paesi dove predomina ancora il modello dell’uomo-capofamiglia come unico percettore di reddito, il che evidenzia la necessità di promuovere ulteriormente il modello della famiglia a doppio reddito» sottolinea la Commissione europea.

Le sfide future
per la parità di genere

La Relazione della Commissione ritiene poi importante che, oltre all’attuale crisi economica e ai suoi effetti sui lavoratori di entrambi i sessi, siano considerate le sfide a più lungo termine che influiscono sulla parità di genere sul mercato del lavoro. Ad esempio, benché il livello d’istruzione femminile sia aumentato considerevolmente negli ultimi anni e il numero delle laureate sia oggi superiore a quello dei laureati (59% dei laureati in tutte le discipline nel 2006 nell’Ue), le donne restano concentrate in settori tradizionalmente “femminilizzati” e spesso meno retribuiti (servizi medico-sanitari e di assistenza, istruzione, ecc.) e occupano meno posti di responsabilità in tutte le sfere della società. La mancanza d’accesso ai servizi di assistenza per le persone dipendenti (bambini, disabili, anziani), a regimi di congedo adeguati e a formule di lavoro flessibili per entrambi i genitori spesso impedisce alle donne di partecipare al mercato del lavoro o di lavorare a tempo pieno, osserva la Relazione: nel 2008, il 31,1% delle donne ha lavorato a tempo parziale rispetto al 7,9% degli uomini; «tenendo conto del tasso d’occupazione espresso in equivalenti a tempo pieno, le disparità tra donne e uomini risulta soltanto leggermente ridotta dal 2003 ad oggi, anzi, in nove Stati membri si è addirittura aggravata».

Le donne con bambini lavorano meno (-11,5%) di quelle che non ne hanno, mentre gli uomini che sono padri lavorano più di quelli che non lo sono (+6,8%). «Questa forte incidenza della paternità/maternità sulla partecipazione al mercato del lavoro è legata alla suddivisione dei ruoli tradizionali e alla mancanza in molti Stati membri di strutture di accoglienza dell’infanzia» spiega la Commissione, rilevando che nonostante l’aumento dell’offerta di servizi di assistenza all’infanzia in linea con gli obiettivi europei, in molti Paesi i tassi di disponibilità non soddisfano tali obiettivi, in particolare per i bambini al di sotto dei 3 anni. Anche l’assistenza alle persone non autosufficienti diverse dai bambini grava fortemente sulla possibilità che hanno le donne e gli uomini di rimanere nel mercato del lavoro, problema aggravato dall’invecchiamento della popolazione: nel 2005 più di 20 milioni di europei di età compresa tra 15 e 64 anni (12,8 milioni di donne e 7,6 milioni di uomini) erano responsabili della cura e dell’assistenza di adulti non autosufficienti, «tali responsabilità hanno il loro peso sul basso tasso d’occupazione delle donne dai 55 ai 64 anni (36,8% nel 2008, ossia 18,2 punti in meno del tasso d’occupazione degli uomini). La mancanza di misure adeguate che consentano di conciliare vita professionale e vita privata può inoltre influire sulla scelta di non avere figli o di averne di meno, «scelta che pone problemi sul piano dell’invecchiamento della popolazione e della futura offerta di manodopera e, di conseguenza, della crescita economica» osserva la Commissione. Infatti, nei Paesi in cui le condizioni sono favorevoli per quanto riguarda i servizi di assistenza all’infanzia, il congedo parentale e le formule di lavoro flessibili, sono più elevati sia il tasso di occupazione femminile che il tasso di natalità.

Una “Carta delle donne”

Intanto, alla vigilia della Giornata internazionale della donna la Commissione europea ha presentato la “Carta delle donne”, una dichiarazione politica che rafforza e approfondisce l’impegno dell’Ue a favore della parità fra uomini e donne.
La Carta presenta una serie di impegni basati su principi concordati di uguaglianza fra donne e uomini ed è volta a promuovere: la parità sul mercato del lavoro e l’uguale indipendenza economica per donne e uomini, in particolare mediante la strategia Europa 2020; la parità salariale per uno stesso lavoro o per un lavoro di uguale valore, lavorando con gli Stati membri per ridurre significativamente il divario salariale tra uomini e donne nei prossimi cinque anni; la parità nel processo decisionale, mediante misure di incentivazione dell’Ue; la dignità, l’integrità e la fine della violenza contro le donne, mediante un quadro politico completo; la parità tra uomini e donne all’esterno dell’Ue, affrontando la questione nelle relazioni esterne e con le organizzazioni internazionali.

In particolare, per quanto riguarda il divario salariale tra uomini e donne attualmente ancora pari al 18% nell’Ue ma con differenze notevoli fra Paesi e settori, la Commissione insieme alle parti sociali europee analizzerà in dettaglio l’impatto sociale ed economico di alcune soluzioni, quali: riferire circa la disparità retributiva fra uomini e donne e assicurare la trasparenza salariale a livello di imprese e di singoli o, collettivamente, mediante l’informazione e la consultazione con i lavoratori; consolidare l’obbligo di garantire classificazioni delle professioni e tabelle salariali neutre da un punto di vista di genere; migliorare le disposizioni relative alle sanzioni in caso di violazione del diritto di parità di retribuzione, per garantire che siano dissuasive e proporzionate (prevedendo, ad esempio, sanzioni più elevate in caso di recidiva).

Dai risultati di un recente sondaggio Eurobarometro emerge che il 62% degli europei ritiene che in molti settori della società esistano ancora disuguaglianze fra uomini e donne. Il sondaggio rivela che per gli europei le due priorità principali che necessitano un intervento in questo ambito sono la lotta alla violenza sulle donne e l’eliminazione del divario salariale tra i sessi (rispettivamente il 92% e l’82% degli intervistati ritengono che le due questioni debbano essere affrontate urgentemente). Inoltre, il 61% ritiene che le decisioni adottate a livello europeo abbiano un ruolo importante nella lotta contro le disuguaglianze fra uomini e donne.

La Carta, che risponde alla richiesta del Parlamento europeo di intervenire con maggiore impegno per combattere la disparità di genere, sarà seguita da una nuova strategia per la parità fra uomini e donne che la Commissione adotterà a metà 2010 e che fornirà un quadro d’azione coordinato per tutte le politiche dell’Ue.

Per la crescita servono donne in posizioni chiave

«Se l’Europa intende seriamente uscire dalla crisi e diventare un’economia competitiva grazie a una crescita intelligente e inclusiva, dovrà sfruttare meglio il talento e le capacità delle donne» sostiene la Commissione europea in una Relazione pubblicata il 25 marzo scorso. Intitolata More women in senior positions – key to economic stability and growth, la Relazione evidenzia infatti come le donne continuino a essere pesantemente sottorappresentate nei processi decisionali.

Nel mondo delle imprese, i membri dei consigli di amministrazione delle maggiori società europee quotate in borsa sono uomini in circa l’89% dei casi. La disparità si accentua poi ai più alti gradi dirigenziali, dove solo nel 3% dei casi le donne guidano una grande impresa quotata in borsa. La Norvegia si distingue come unico Paese con una situazione prossima all’uguaglianza di genere: i consigli di amministrazione sono composti per il 42% da donne e per il 58% da uomini, frutto di una ripartizione stabilita per legge.

Per quanto riguarda invece il processo decisionale politico, il Parlamento europeo è l’assemblea caratterizzata dal maggior grado di parità uomo-donna, con il 35% di deputate e il 65% di deputati. La percentuale di donne elette nei Parlamenti nazionali in Europa è cresciuta nell’insieme dal 16% nel 1997 al 24% nel 2009, ma si tratta di una percentuale ancora molto inferiore alla cosiddetta massa critica del 30% ritenuta necessaria perché le donne possano esercitare un’influenza significativa in politica. La situazione dei governi nazionali mostra uno stabile miglioramento, con una percentuale di donne ministre nei governi dell’Ue pari al 27%, mentre la nuova Commissione europea, composta da 9 commissarie donne (33%) e 18 uomini (67%), totalizza il miglior risultato in termini di parità di genere registrando un netto aumento rispetto al 5,6% del periodo 1994/1995.

«È però necessario un netto miglioramento della situazione» sottolinea la Commissione europea, che pone l’uguaglianza di genere al centro della strategia Europa 2020.

Vari studi mostrano infatti i notevoli benefici della diversificazione di genere, dimostrando il nesso positivo tra la percentuale di donne in posizioni chiave e le prestazioni aziendali. Uno studio condotto in Finlandia rileva ad esempio che le imprese dove le donne e gli uomini sono equamente rappresentati nel consiglio di amministrazione sono in media più proficue del 10% rispetto a quelle dirette da soli uomini, mentre una ricerca realizzata nel 2009 durante la presidenza svedese dell’Ue ha evidenziato come l’eliminazione negli Stati membri della disparità occupazionale uomo-donna potrebbe produrre un incremento potenziale del Pil fra il 15% e il 45%.

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Così, la commissaria europea per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza, Viviane Reding, ha lanciato un appello a tutte le imprese e a tutti i governi «affinché si impegnino a fondo per far sì che la parità di genere ai posti di comando diventi una realtà concreta», aggiungendo: «Tengo inoltre ad incoraggiare le donne di talento affinché raccolgano la sfida di sedere nei consigli di amministrazione e di candidarsi alle alte cariche».

INFORMAZIONI:

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId =418&langId=it

CONSIGLIO D’EUROPA:

STOP ALLA DISCRIMINAZIONE DELLE DONNE

«È giunto il momento per gli Stati e gli attori sociali di intraprendere interventi incisivi, non solo applicando le leggi, ma anche predisponendo politiche sociali destinate a combattere la discriminazione nei confronti delle donne» sostiene il Consiglio d’Europa, secondo cui va promosso un «cambiamento culturale per rendere effettiva la parità tra gli uomini e le donne». In occasione della Giornata internazionale della donna 2010 il Consiglio d’Europa ha rivolto questo appello agli Stati membri, ricordando l’azione da esso condotta in questi anni a favore della promozione della donna su diversi fronti, quali l’adozione di misure giuridiche, la mobilitazione dell’opinione pubblica, la formazione e la ricerca.

«Lo status giuridico delle donne in Europa è migliorato negli ultimi anni, ma si deve constatare che i progressi sono ancora troppo lenti. Molta strada resta ancora da percorrere. Dobbiamo sforzarci di fare ancora un grande balzo in avanti, contrassegnato da nuove politiche e nuove strategie. Non possiamo parlare di completa democrazia senza l’uguaglianza tra l’uomo e la donna» ha dichiarato il segretario generale dell’organizzazione, Thorbjørn Jagland.

Il Consiglio d’Europa ha poi pubblicato uno studio che rileva come negli ultimi anni non sono stati compiuti progressi significativi per aumentare la presenza femminile negli organi decisionali politici. Nel 2009, la percentuale media di donne ministro in Europa era pari al 28,6%, mentre la presenza femminile in seno ai Parlamenti nazionali si attestava al 21,7%: un lieve progresso rispetto al 2005, quando la percentuale di donne ministro era pari al 19,9%, ma per quanto riguarda la rappresentanza femminile all’interno dei Parlamenti nazionali non si è registrata alcuna variazione significativa. Il Consiglio d’Europa invita quindi gli Stati membri a «imprimere un nuovo slancio alle loro iniziative, al fine di mettere in opera la Raccomandazione adottata nel 2003», che stabilisce una soglia minima del 40% per una partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini negli organi decisionali politici e pubblici.

Inoltre, il Consiglio d’Europa sta elaborando una Convenzione sulla protezione delle donne contro ogni forma di violenza, compresa la violenza domestica, Convenzione che sarà eventualmente aperta alla firma nel 2011.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/socialhttp://www.coe.int

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