Rosarno, Unione europea

febbraio 2010
Vignetta di Steve

Vignetta di Steve

Quanto avvenuto nei primi giorni di questo 2010 a Rosarno ha messo prepotentemente in luce un duplice fallimento: quello delle politiche italiane sull’immigrazione sotto tutti gli aspetti, sociale, culturale, economico e soprattutto di ordine pubblico; nonché quello di una politica europea ancora lontana dal poter influire concretamente su questioni fondamentali quali l’immigrazione, che restano di competenza dei governi nazionali e che invece, per la loro importanza nel determinare gli equilibri delle società europee di oggi e soprattutto di domani, dovrebbero essere non solo vagamente coordinate ma invece concordate e dirette a livello comunitario. L’Ue, infatti, non dovrebbe permettere che in alcune regioni europee migliaia di cittadini immigrati da Paesi terzi vivano in condizioni igienico-sanitarie disumane, siano ridotti in schiavitù e oggetto di gravi discriminazioni quando non di violenze razziste e xenofobe.

Si tratta di situazioni limite che non riguardano solo l’Italia, ma che qui si manifestano con maggiori diffusione e frequenza, mostrando quindi una situazione-Paese più che preoccupante. Oltre alle carenze e agli errori politico-amministrativi, e insieme a questi, si registra infatti in Italia una escalation di sentimenti xenofobi e razzisti segnalata in modo allarmante da tutti i principali studi (nazionali e internazionali) sul fenomeno e intensificatasi negli ultimi due anni.

L’Agenzia europea per i diritti fondamentali e, prima di essa, l’Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia negli ultimi anni hanno sempre ammonito sulla pericolosità delle strumentalizzazioni politico-mediatiche dell’immigrazione, diffuse nell’Ue ma particolarmente gravi in Italia. Associare ripetutamente l’immigrazione alla criminalità, estendere a intere comunità etniche responsabilità individuali, creare una sorta di diritto minore per i cittadini immigrati extracomunitari, non garantire loro fondamentali diritti di cittadinanza e continuare a considerare l’immigrazione semplicemente come un “problema di ordine pubblico”, sono pratiche tanto frequenti in Italia che sono “passate” a livello di opinione pubblica, hanno cioè contribuito a creare un diffuso sentimento comune secondo cui l’immigrato non è un cittadino “alla pari”. Deve cioè stare al suo posto, rispettare tutti i doveri di cittadinanza ma non goderne i diritti, può essere discriminato, sfruttato, cacciato, all’occorrenza insultato e maltrattato o addirittura preso a fucilate se non accetta più di subire tali soprusi e se, come avvenuto a Rosarno, la stagione di raccolta è praticamente finita e la manodopera da sfruttare non serve più.

In due anni in Italia si è così assistito alla xenofobia anti-rumena, a veri e propri pogrom contro i rom, a violenze diffuse messe in atto da singoli, gruppi di cittadini e in alcuni casi da membri delle forze dell’ordine ai danni di cittadini stranieri; fino alla strage di Castel Volturno (settembre 2008) e alle fucilate di Rosarno che hanno innescato situazioni di guerriglia urbana tra stranieri e autoctoni, difficilmente interpretabili come episodi spontanei perché avvenuti in territori controllati dalla criminalità organizzata italiana. E questi sono solo i fatti più eclatanti, ma non meno grave è il diffondersi in modo capillare di una miriade di episodi di “ordinario razzismo”, che si esprimono quotidianamente in tutto il Paese attraverso discriminazioni xenofobe in tutti gli ambiti della vita sociale.

Quando è lo Stato a essere “clandestino”

Secondo il Rapporto annuale pubblicato nel dicembre scorso dall’European Network Against Racism (Enar), ad esempio, in Italia il 65% dei lavoratori stagionali stranieri vive in baracche, il 10% in tende e solo il 20% in case in affitto. Sono lavoratori fondamentali per l’economia agricola soprattutto delle regioni del sud Italia, per la raccolta dei pomodori nel Foggiano, di mandarini e arance nella provincia di Reggio Calabria, delle primizie nel Casertano, delle olive nel Trapanese e delle patate nel Siracusano. Eppure nella maggior parte dei casi sono costretti a vivere in condizioni disumane, senza acqua, luce, cure mediche, assistiti solo dalle organizzazioni del volontariato; reclutati secondo logiche di caporalato, impiegati in nero e sfruttati con paghe che non superano i 25 euro a giornata. In molti casi la condizione di clandestinità, causata da norme che in Italia non agevolano affatto la regolarizzazione, li priva di qualsiasi diritto di cittadinanza e li relega in situazioni di vera e propria schiavitù, favorendo coloro che lucrano sul loro sfruttamento. Una situazione denunciata da anni dalle organizzazioni sociali e sindacali e da varie inchieste giornalistiche, quindi nota, ma per la quale non sono mai stati predisposti adeguati interventi dalle autorità locali e nazionali.

Così, quando il ministro dell’Interno italiano parla di «troppa tolleranza» dovrebbe riferirsi a questa situazione e non all’immigrazione illegale, che è solo una comoda conseguenza. Perché, come denuncia l’Arci, in alcune regioni italiane il vero “clandestino” è lo Stato, che ha abbandonato le comunità locali al totale controllo delle mafie. «La legge “Bossi-Fini” e poi il “Pacchetto sicurezza”, impedendo gli ingressi regolari, si stanno dimostrando i migliori alleati degli interessi della criminalità organizzata, che controlla il traffico di esseri umani, dispone di una quantità di manodopera in nero, senza tutele, costretta all’irregolarità e dunque impossibilitata a denunciare gli aguzzini. Il governo fa finta di non vedere, non stanzia risorse per politiche di integrazione e intanto nell’Italia del G8 c’è chi vive in ghetti degradati, espropriato della sua dignità» aggiungono i responsabili dell’Arci. Secondo l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), invece, quanto accaduto a Rosarno «conferma il fallimento di una politica dell’immigrazione totalmente ideologica e che, non garantendo affatto in modo concreto la sicurezza personale degli italiani e degli stranieri e non contrastando il lavoro nero, sta invece accrescendo sempre di più il bacino della irregolarità e sta fomentando in tutto il Paese un clima xenofobo, di guerra tra le fasce più povere o a rischio di povertà e di esclusione della popolazione».

L’Ue non può chiamarsi fuori

Allora, mentre le istituzioni dell’Ue riflettono su «come migliorare le politiche in materia d’integrazione» e sottolineano che «un’effettiva integrazione degli immigranti è un elemento fondamentale del nuovo programma quinquennale dell’Ue» (parole del commissario europeo Jacques Barrot al Forum europeo sull’integrazione, svoltosi a Bruxelles nei giorni 12-13 novembre 2009), dovrebbero però rendersi conto che in alcune regioni europee il livello di interazione tra autoctoni e immigrati è simile a quello che si registrava alcuni decenni fa negli Stati meridionali degli Usa tra bianchi e neri. Che in ampie aree di alcuni Stati membri dell’Ue continuano a essere palesemente violati diritti umani fondamentali di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Che le discriminazioni ai danni di membri di minoranze etniche sono all’ordine del giorno e diffuse in tutta l’Ue e che la crisi economico-sociale in corso non fa che aumentarle. Che alcuni governi europei, con quello italiano in prima fila insieme alla sua propaganda mediatica, continuano a perseguire una “cittadinanza minore” per gli immigrati stranieri, a considerare l’immigrazione semplicemente un problema di ordine pubblico e interpretano erroneamente la “lotta alla clandestinità” auspicata dall’Ue come “lotta ai clandestini”. Rispettare la sovranità nazionale da parte dell’Ue su alcune materie quali l’immigrazione non dovrebbe significare la tolleranza di simili situazioni, né tantomeno considerarle semplici problemi nazionali.

CENTRI PER MIGRANTI: SEMPRE PESSIMA LA SITUAZIONE ITALIANA

Dieci anni dopo l’istituzione dei Centri per migranti in Italia e cinque anni dopo la prima indagine svolta in materia, l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) ha pubblicato un nuovo Rapporto, da cui emerge una situazione invariata di gravi carenze e profondo disagio. Quel che colpisce è soprattutto l’approccio ancora emergenziale nella gestione di un fenomeno ormai consolidato. «I servizi erogati, in generale, sembrano essere concepiti nell’ottica di soddisfare a malapena i bisogni primari, tralasciando le molteplici istanze che possono contribuire a determinare una condizione accettabile di benessere psicofisico» osserva Msf, sulla base delle rilevazioni compiute in 21 luoghi di detenzione per i migranti privi di permesso di soggiorno (Centri di identificazione ed espulsione – Cie e Centri di accoglienza – Cda) e di transito per i richiedenti asilo (Centri di accoglienza per richiedenti asilo – Cara). Il Rapporto evidenzia una gestione complessiva dei Centri «in larga parte inefficiente. I servizi erogati sono spesso scarsi e scadenti e non si riesce di fatto a garantire una effettiva identificazione, protezione e assistenza dei soggetti vulnerabili che rappresentano una parte consistente (se non prevalente) della popolazione ospitata». Particolarmente grave, poi, il fatto che in alcuni Centri gli operatori di Msf hanno incontrato un atteggiamento ostile da parte dei gestori, che ha causato difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere a determinate aree.

Secondo Msf alcuni Cie andrebbero chiusi, come quelli di Trapani e Lamezia Terme, «perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità», mentre in altri mancano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni. Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche: «Mancano soprattutto nei Cie, come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali» osserva la coordinatrice medica di Msf Italia, Alessandra Tramontano. Nei Cara sono invece stati riscontrati servizi di accoglienza complessivamente inadeguati.

In generale «poco è cambiato» rispetto alle visite condotte da Msf nel 2003, a parte il fatto che il periodo di detenzione è stato ampliato da due a sei mesi, e «molti sono i dubbi che persistono», sottolinea il Rapporto, soprattutto in merito alla «scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine». Una situazione dunque, quella italiana, ben lontana dalle richieste avanzate recentemente dal Consiglio d’Europa.

INFORMAZIONI:http://www.medicisenzafrontiere.it

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