Occupazione che cade, lavoro che scade

febbraio 2010

Sono arrivate fresche fresche, anzi gelate, le ultime statistiche dall’Europa e dall’Italia sull’andamento della disoccupazione, con dati che quasi coincidono.

Cominciamo dall’Europa e dal suo Ufficio statistico Eurostat che ha registrato a dicembre 2009, per la zona euro, un tasso di disoccupazione del 10%, con  23 milioni di persone  prive di lavoro nei 27 Paesi dell’Ue.

Come sempre avviene con le medie statistiche, c’è chi se la cava meglio e chi sta peggio: resistono attorno alla  barra del 5% i Paesi Bassi (4%) e l’Austria (5,4%), precipitano attorno al 20% Lettonia (22,8%) e Spagna (19,5%).

Ma tutti i Paesi dell’Ue hanno registrato un aumento della disoccupazione nel corso del 2009: meno di un punto percentuale Germania, Lussemburgo e Belgio, dieci volte tanto i tre Paesi baltici. Complessivamente il tasso medio di disoccupazione è passato in un anno dall’8,2% del dicembre 2008 al 10% del dicembre 2009 nell’Ue e dal 7,6% al 9,6% nell’area dell’euro, raggiungendo i livelli più elevati dal gennaio 2000 per l’Ue e addirittura dall’agosto 1998 per la zona euro.

Completa il quadro l’aumento più contenuto della disoccupazione delle donne (passata in un anno dall’8,7% al 10,1% nella zona euro e dal 7,9% al 9,3% nell’Ue-27), maggiormente presenti nei servizi, rispetto agli uomini, colpiti dalla crisi dell’industria manifatturiera e il dato – di tutti il più inquietante – della disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni) che è precipitata sotto la barra del 20%, con il 21% nella zona euro, il 21,4% nei 27 Paesi Ue e una punta del 44,5% in Spagna.

La situazione italiana

In questo quadro desolante, l’Italia galleggia più o meno nella zona centrale (14° su 27), ma con due aspetti che vanno segnalati. Il primo riguarda la disoccupazione giovanile, dove nella classifica degli esclusi balziamo nei primi posti con un tasso del 26,2% e un aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2008.

L’altra considerazione riguarda le modalità di calcolo della disoccupazione, di cui si è avuto recentemente eco nella diversa lettura della situazione occupazionale data dal governo italiano rispetto alla Banca d’Italia. Il ministro Sacconi, preoccupato di difendere l’operato del governo – in particolare in questa vigilia elettorale – conta i disoccupati non includendovi quanti sono in cassa integrazione, così da poter dire che l’Italia sta sotto la media europea. Più realisticamente – e onestamente –  la Banca d’Italia guarda a quanti se ne stanno a casa senza lavoro e conclude che siamo leggermente al di sopra della media europea: non all’8,5% dei dati governativi ma al 10,1%. Una differenza non da poco, soprattutto quando si tratta di oltre due milioni di disoccupati (2.138.000 per l’esattezza), cresciuti del 22,4% negli ultimi dodici mesi.

Comunque la si calcoli, una situazione drammatica per un numero crescente – e che continuerà a crescere – di persone private del lavoro, con un ricorso alla cassa integrazione devastante anche per i conti pubblici già in pessima salute: negli ultimi 15 mesi sono state autorizzate oltre un miliardo di ore di cassa integrazione, con una caduta media di reddito per ciascun cassintegrato valutata attorno a 3000/3500 euro ogni sei mesi, con le relative ricadute sui consumi e sulla stentata ripresa economica da un pezzo annunciata ma non ancora all’appuntamento.

Riflessioni sui numeri

Molte le riflessioni indotte dalla crudeltà dei numeri ricordati. La prima, che dietro ognuno di quei numeri vi è una persona in carne ed ossa, famiglie con bambini, cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro dove difficilmente rientreranno, giovani in attesa di un’attività che dia loro dignità ed autonomia, altroché soltanto “bamboccioni” da cacciare di casa.

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Ma un’altra considerazione merita l’attuale situazione occupazionale: con l’occupazione che non cessa di cadere, continua a scadere la qualità del lavoro.

Scade nelle condizioni di sicurezza, con un’incidentalità che resta alta e in parte occultata; scade nelle condizioni di legalità, con un tasso sempre altissimo nel nostro Paese di lavoro in nero; scade nell’iniquità della distribuzione del ridotto lavoro disponibile, con gli straordinari che crescono in presenza della disoccupazione e con tanti saluti alla troppo declamata responsabilità sociale dell’impresa.

E scade il lavoro anche per l’alto numero dei “contratti a scadenza” che tengono con il fiato sospeso un’intera generazione di giovani che vanno di lavoro precario in lavoro provvisorio, privati di una prospettiva su cui costruire il loro progetto di vita.

A questa generazione, già carica di debiti procuratile dalle generazioni precedenti che si sono generosamente servite del danaro pubblico finché ce n’era, stiamo rubando il futuro con una politica incapace di indicare un orizzonte e offrire certezze, ma soltanto parole sempre meno ascoltate.

Con in più la faccia tosta di stupirci e scandalizzarci se poi i giovani sono disaffezionati da questa politica e, quando possono, se ne vanno via da questo Paese che non li merita.

(Franco Chittolina)

INFORMAZIONI:

http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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