Luci e ombre da Bruxelles

novembre 2009

Buone e meno buone notizie sono arrivate nei giorni scorsi da Bruxelles. Tra le buone notizie, la probabile entrata in vigore entro l’anno del Trattato di Lisbona che potrebbe permettere all’Ue di riprendere slancio dopo anni di paralisi istituzionale e aiutarla a trovare politiche comuni per rispondere alla crisi e riprendere un ruolo più attivo nel mondo. Confortante anche l’intesa raggiunta nel Consiglio europeo per lottare contro il surriscaldamento climatico e presentarsi così alla Conferenza Onu sul clima con una posizione negoziale forte da far valere con i Paesi più sviluppati, perché tutti insieme ci si faccia carico della salvaguardia del pianeta. Per riuscirci questi Paesi dovranno sborsare dai 20 ai 50 miliardi di euro all’anno per sostenere i Paesi poveri nella lotta ai cambiamenti climatici. Come in tutti gli avvii di negoziato, anche qui non tutte le carte sono scoperte: l’Ue lascia intendere che è disposta ad uno sforzo finanziario rilevante (100 miliardi di euro entro il 2020) ma che pagherà solo se anche gli altri faranno la loro parte. Resta da vedere come sarà ripartito questo costo tra i 27, tenuto conto della crisi in corso e delle difficoltà specifiche nella riduzione dell’inquinamento da parte dei Paesi dell’Europa centrale e orientale.
Qualche passo avanti è stato fatto anche sul fronte dell’immigrazione, in particolare per quanto riguarda il problema dei rifugiati e l’adozione di un sistema comune di asilo. Ma qui finisce la lista delle buone notizie, con il ritorno di una forte turbolenza delle Borse mondiali cui non sfuggono quelle europee, la conferma sullo stato precario dei conti pubblici di molti Paesi e l’aggravamento della disoccupazione.
Peccato che tutte queste notizie, buone o meno buone o decisamente cattive, siano state spinte in un cono d’ombra dal balletto delle poltrone in palio a Bruxelles. Il quadro è complesso, ma si può riassumere così: dopo la conquista da parte dello schieramento di centro-destra europeo della poltrona a tempo del presidente del Parlamento con il polacco Buzek e, per l’intera legislatura, del presidente della Commissione europea con il portoghese Barroso, due posti di vertice, creati ex-novo dal Trattato di Lisbona, restano ancora disponibili: quelli di presidente stabile del Consiglio europeo e di ministro degli Esteri nonché vicepresidente della Commissione. Qui i giochi sono complicati, anche se ormai vicini ad una soluzione, in particolare dopo il tramonto per la presidenza del Consiglio europeo di una candidatura politicamente improponibile come quella di Tony Blair. La soluzione che sembra profilarsi è quella di un’intesa che vedrebbe alla presidenza del Consiglio europeo un esponente della galassia del centro-destra (circola il nome dell’austriaco Schussel, sostenuto dalla cancelliera tedesca Merkel) e un esponente della famiglia socialista per il posto di “ministro degli Esteri”. Non senza sorpresa, è venuto fuori il nome di Massimo D’Alema esplicitamente proposto, con altri, dal Partito socialista europeo: ed è qui che i nostri “media” hanno dato il meglio – o il peggio – della loro eccitazione provinciale, appassionandosi a calcoli di politica interna. A D’Alema, non senza imbarazzo, il governo italiano non ha escluso di dare il proprio sostegno ed egli ha ringraziato, ben sapendo che la sua nomina farebbe perdere al centro-destra italiano – che già si era fatto sfilare il posto di presidente del Parlamento – anche il posto in Commissione, oggi occupato dalla pallida figura di Tajani, e taglierebbe la strada alle ambizioni di Tremonti, interessato alla presidenza dell’Eurogruppo, mettendo anche a repentaglio la possibilità per Draghi di diventare presidente della Banca centrale europea.
Un gioco ad incastro complesso, che rischia purtroppo di risolversi negativamente per l’Italia, il cui governo è afflitto da una credibilità internazionale oggi ai suoi livelli più bassi. Un “balletto” euro-italiano la cui conclusione – probabilmente di non altissimo profilo – ci dirà ancora una volta di che pasta è fatto questo nostro Paese.
(F.Chittolina)

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