Crisi e lavoro in Europa e in Italia

novembre 2009

Strani i discorsi che si vanno intrecciando sull’evoluzione della crisi. Vi è chi dice che dalla crisi stiamo uscendo, chi già intravede una ripresa lenta e fragile – addirittura “pallida” l’hanno chiamata gli animi più poetici – e chi cerca di esorcizzarla dichiarando la crisi “psicologica” e invocando il facile ottimismo della velleità contro la lucidità della ragione. Che la crisi ci sia, eccome, la gente lo sa: basta guardare alla riduzione dei consumi, alla difficoltà delle famiglie a fare quadrare i bilanci e alle aziende che chiudono. Eppure è vero che qualcosa si muove in positivo: il Centro Studi di Confindustria ci ha appena spiegato che la recessione a fine 2009 sarà meno grave del previsto (“solo” una caduta del 4,5% del Pil rispetto al temuto 4,8%: chi si accontenta gode) e che nel 2010 ci sarà una risalita dell’1%. Quanto basta per un titolo a cinque colonne sul giornale di Confindustria, “Il sole 24 Ore” di domenica 18 ottobre 2009, che recita senza esitare: «La ripresa c’è e si consolida», appena temperato nel sottotitolo da un richiamo all’«allarme credito». Per una volta almeno, più franco il titolo a tutta pagina del “Corriere della sera” dello stesso giorno: «Le Borse volano, l’economia no», con un sottotitolo: «Ma in Italia e negli Usa l’occupazione continua a calare». Più completo il richiamo di “La Repubblica”: «L’Italia aggancia la ripresa…ma restano i rischi su credito e occupazione», intrigante l’annuncio in prima pagina, lo stesso giorno, de “La Stampa”: «Cresce il Pil ma raddoppia il lavoro nero» e particolarmente acuto – come spesso le accade – l’editoriale di Barbara Spinelli sull’ondata di suicidi in Francia tra i lavoratori di Telecom France.

scarsa attenzione
alle ricadute sociali

Solo una carrellata di titoli e sottotitoli dei nostri maggiori quotidiani; frasi che fanno riflettere: non solo sulle divergenti letture di uno stesso fenomeno, ma anche sulla complessità di una crisi dai molteplici volti dove prevalgono quelli della finanza e dell’economia e resta sotto traccia la drammaticità delle ricadute sociali.
Un occultamento che non stupisce più di tanto se si pone attenzione a come sono strutturate le sezioni dedicate solitamente al tema in questi stessi quotidiani: “La Stampa” la intitola «Economia & Finanza» con quella “&” che ha il pregio della chiarezza, per “La Repubblica” il titolo è di poco diverso: «Economia, finanza & mercati», mentre più laconico è il “Corriere della sera” che chiama la sezione del giornale «Economia». Per “Il sole 24 Ore” il problema non si pone: lo chiarisce il sottotitolo in prima pagina del quotidiano che si professa «Politico Economico Finanziario» e fa coerentemente il proprio mestiere.

scomparsa del “tema” lavoro
È evidente ovunque l’omissione del tema “lavoro” in raccordo strutturato con l’economia, come se la produzione di ricchezza potesse prescindere da una parte dal contributo essenziale dei lavoratori e dall’altra da una dimensione sociale che, una volta almeno, traduceva l’esigenza di giustizia oltre che la garanzia di un’economia sociale caratterizzata dalla durata nel tempo ispirata al “modello renano”. Un po’ quello che adesso va scoprendo – meglio tardi che mai – l’ex- liberista e adesso neo-convertito Giulio Tremonti propostosi l’altro giorno alfiere del “posto fisso”, forse con qualche senso di colpa scoprendo che, nel Paese che cerca di governare, il quadro delle ultime assunzioni dice che il 62,6% riguarda contratti a tempo determinato contro il 23,9% a tempo indeterminato.
Dev’essere molto cambiato il mondo in questi ultimi tempi se la scomparsa del tema lavoro, e dei profondi mutamenti al suo interno, avviene senza che il problema venga avvertito e denunciato come meriterebbe. E tutto questo mentre peggiora l’occupazione in tutta l’Europa con i servizi statistici dell’Ue che confermano l’aumento della disoccupazione nella zona euro al 9,7% nel settembre 2009: rispetto ad un anno fa la disoccupazione è aumentata di 5 milioni di lavoratori nei ventisette Paesi dell’Ue e abbondantemente sopra i 3 milioni nella zona dei sedici Paesi dell’euro.

il finto miracolo italiano
I soliti ottimisti diranno che va meglio in Italia dove – ci dice il Centro Studi di Confindustria – il tasso di disoccupazione è salito al 7,4% contro l’8% atteso.
Con onestà, qualche riga più in là, il giornale di Confindustria ci spiega le ragioni del preteso miracolo che altri cavalcano senza pudore: se al numero dei disoccupati reali si sommano i lavoratori in cassa integrazione (in salita del 13% tra luglio e settembre del 2009 mentre gli osservatori non servili si accordano per dire che il peggio deve ancora venire), il tasso di disoccupazione sale ben oltre la soglia attesa e raggiunge l’8,6%. Ancora uno sforzo e presto raggiungeremo i livelli europei, ma con qualche differenza di non poco conto: con le risorse per gli ammortizzatori sociali allo stremo nonostante il saccheggio operato sui capitoli di bilancio destinati alla formazione – e quindi al nostro futuro – e con sacche di lavoro nero, spesso in condizioni di insicurezza, che sono una specificità del nostro Paese. Tutti temi sui quali faranno bene a riflettere quanti hanno a cuore il futuro del nostro Paese, in particolare quello delle giovani generazioni che stanno crescendo in una condizione di precariato e incertezza che, prima o poi, pagheremo tutti. (Franco Chittolina)

ITALIA AL SESTO POSTO NELL’UE PER PRESSIONE FISCALE
Secondo le statistiche diffuse da Bankitalia sulla pressione fiscale nei Paesi dell’Ue, l’Italia nel 2008 si è collocata al sesto posto della classifica europea dopo Danimarca e Svezia che occupano rispettivamente il primo e il secondo posto. La pressione fiscale in Italia è leggermente scesa: se nel 2007 si attestava al 43,1% nel 2008 è scesa al 42,8%, anche se il peso delle tasse, in percentuale sul Pil, resta sopra la media europea (40,2%). Inoltre, secondo la Banca d’Italia, la spesa pubblica nel nostro Paese è cresciuta, soprattutto in percentuale al Pil: nel 2008 la spesa in Italia si è attestata al 48,8% del Pil (47,9% nel 2007) ed è condizionata soprattutto dal debito: nel 2008 la spesa per interessi è stata pari al 5,1% del Pil, superiore ad ogni altro Paese d’Europa.

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