Una richiesta di civiltà all’Ue

settembre 2009

Nell’Europa “dei diritti e delle libertà” succede, come avvenuto a metà dell’agosto scorso, che un gommone alla deriva con un’ottantina di persone a bordo sia lasciato per una decina di giorni al suo destino, varie imbarcazioni gli passino vicino ma nessuno presti soccorso, due Stati membri quali Malta e Italia si palleggino le responsabilità, le istituzioni dell’Ue tacciano. Così, 73 persone sono lasciate morire di stenti in alto mare solo perché profughi, quindi non cittadini europei.
Le testimonianze dei cinque cittadini eritrei giunti a Lampedusa il 19 agosto scorso, unici superstiti del naufragio di un’imbarcazione partita dalle coste libiche verso quelle italiane (quindi dell’Ue), sono infatti state agghiaccianti: «Siamo stati alla deriva per più di venti giorni, abbiamo incrociato almeno dieci imbarcazioni, ma solamente un pescatore si è fermato per darci cibo e acqua. Eravamo partiti in 78, siamo arrivati in cinque. Gli altri sono morti e abbiamo gettato i corpi in mare» ha dichiarato uno dei migranti sopravvissuti (due uomini, una donna e due minorenni).
Una situazione che per l’ennesima volta ha riacceso il dibattito internazionale sui soccorsi in mare e sui diritti di migranti e richiedenti asilo politico. Un fatto di inaccettabile inciviltà che deve urgentemente interrogare l’Ue e i suoi Stati membri sul senso delle politiche migratorie in vigore.
Già, perché come osserva l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), «l’inasprimento delle politiche nei riguardi di chi arriva via mare può avere l’effetto di scoraggiare i capitani delle navi e dei pescherecci dal soccorrere chi è in difficoltà», cosa che «si pone in contrasto con l’antica tradizione marittima del soccorso in mare, che pare oggi essere pericolosamente messa in discussione».
«quale migliore effetto dissuasivo?»
E l’Ue deve fare una riflessione urgente in merito alle politiche adottate nel contrasto dell’immigrazione illegale e quindi alle proprie responsabilità, perché dal mandato dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione europea, Frontex, e dal relativo Regolamento del 2004 si evince che le operazioni periodiche di controllo in mare non prevedono interventi di salvataggio e la riconsegna dei migranti intercettati in mare alle autorità dei Paesi da cui sono partiti. «Si può osservare come gli autori del Regolamento Frontex, quanto gli ideatori e gli estensori di questi accordi internazionali bilaterali e la catena di comando che vi ha dato di attuazione, hanno praticamente ideato ed utilizzato l’omissione di soccorso, conseguenza diretta o indiretta del riparto di competenze così bene architettato, come una vera e propria “pena di morte” per i migranti che ancora si arrischiano ad attraversare il canale di Sicilia per fuggire dalla Libia e raggiungere Malta o la Sicilia, se non Lampedusa» dichiara Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Università di Palermo e membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che aggiunge: «Se i viaggi della speranza finiscono con la morte dei migranti, quale migliore effetto dissuasivo, per gli altri che ci volessero provare, si penserà ai piani alti di qualche importante ministero, un ragionamento che in questi ultimi mesi si è diffuso pericolosamente».
una quieta indifferenza
Questa ennesima tragedia delle migrazioni, avvenuta nell’indifferenza generale e che poteva/doveva essere evitata, ha rappresentato una «grave offesa all’umanità» secondo la Commissione episcopale per le migrazioni, mentre un editoriale del quotidiano cattolico “Avvenire” ha citato l’Olocausto: «Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione. L’Occidente a occhi chiusi».
Il codice della navigazione internazionale prevede che in caso di naufraghi occorre intervenire per salvarli, questo naturalmente indipendentemente dai motivi del viaggio e dalla nazionalità dei naufraghi, quindi «se verrà confermato il racconto dei cinque eritrei, che hanno riferito di decine di imbarcazioni che pur avendoli visti non si sono fermate per soccorrerli, vuol dire che sono stati lesi i diritti umani» dichiara il prefetto di Agrigento, Umberto Postiglione, che sta svolgendo le indagini. Ma la legge del mare «è stata sopraffatta da sentimenti di odio e razzismo che il governo continua a seminare» osserva il coordinatore del Comitato nazionale immigrate/i Cgil, Kurosh Danesh, secondo cui «questo è un altro caso emblematico che ci indica quanto sia pericolosa la criminalizzazione dell’immigrato, che spesso è in fuga da situazioni di repressione politica e religiosa», una criminalizzazione che «crea un contesto in cui la vita delle persone non ha più valore», mentre «l’assenza di una politica d’ingresso e una carenza in materia di diritto d’asilo ci pone di fronte tali sciagure».
Se poi si prende atto che all’interno del più noto social network, Facebook, nella pagina ufficiale di un partito del governo italiano (la Lega Nord) amministrata dal figlio ventenne di un ministro di tale governo (Umberto Bossi), era disponibile un gioco denominato “Rimbalza il clandestino” in cui gli utenti del sito si divertivano a far sparire le imbarcazioni di migranti, gioco ritirato dal web solo dopo le polemiche seguite all’ennesima tragedia dell’immigrazione, allora si può constatare la deriva civile e culturale che ha colpito questo Paese e si può comprendere perché è necessario appellarsi all’Ue per richiedere qualche provvedimento serio in materia migratoria, che l’interlocutore politico nazionale probabilmente non sarebbe nemmeno in grado di capire.

INFORMAZIONI:
http://fortresseurope.blogspot.com

RIFUGIATI: PROGRAMMA COMUNE DI REINSEDIAMENTO

La Commissione europea ha proposto di istituire un programma comune all’interno dell’Ue volto al reinsediamento in uno Stato membro dei rifugiati provenienti da Paesi terzi.
La maggior parte dei rifugiati nel mondo vive, infatti, in aree vicine al Paese d’origine, generalmente Paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia o del Medio Oriente; il reinsediamento prevede il trasferimento dei rifugiati dal Paese di primo asilo ad un altro Paese che gli possa offrire protezione. Ciò avviene nel caso non sia possibile per il rifugiato tornare al Paese d’origine né rimanere nel Paese terzo ospitante in condizioni di sicurezza.
Il “programma comune di reinsediamento Ue” intende aumentare la cooperazione politica e pratica tra gli Stati membri, attraverso un meccanismo che preveda la definizioni di priorità annuali comuni per il reinsediamento e un uso più efficace dell’assistenza finanziaria a disposizione degli Stati membri attraverso il Fondo europeo per i rifugiati. Si prevede, inoltre, che gli Stati membri svolgano congiuntamente alcune attività quali l’identificazione dei rifugiati da reinsediare e la loro accoglienza con il sostegno dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo. Sarà decisione di ogni Paese se partecipare o meno al reinsediamento e definire quanti rifugiati reinsediare.
Secondo l’Unhcr le esigenze di reinsediamento stanno crescendo e a ciò non corrisponde un aumento dei posti resi disponibili dagli Stati; basti pensare che su circa 10 milioni di rifugiati nel mondo sono 203.000 quelli che avranno necessità di essere reinsediati nel solo 2010. Nel 2008 solo 65.000 rifugiati sono stati reinsediati in alcuni Stati e di questi 4378, pari al 6,7%, sono stati reinsediati in uno dei Paesi dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home

RESPINGIMENTI: ITALIA SEMPRE SOTTO OSSERVAZIONE

Mentre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani denunciava il trattamento riservato da molti governi alle imbarcazioni di profughi, trattati spesso come «rifiuti pericolosi», il commissario europeo per Sicurezza, Libertà e Giustizia, Jacques Barrot, dichiarava all’Europarlamento che si sta studiando la situazione italiana. Gli immigrati sono troppo spesso «abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale» ha dichiarato l’Alto commissario dell’Onu Navi Pillay, portando ad esempio il caso del gommone rimasto senza soccorsi lo scorso agosto nelle acque tra Libia, Malta e Italia, ma anche le varie tragedie dell’immigrazione che si verificano costantemente nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden, nei Caraibi e nell’Oceano indiano.
«Partendo dal presupposto che le imbarcazioni in difficoltà trasportano migranti, le navi le oltrepassano ignorando le suppliche d’aiuto, in violazione del diritto internazionale» ha osservato l’Alto commissario, sottolineando come «in molti casi le autorità respingono questi migranti e li lasciano affrontare stenti e pericoli, se non la morte, come se stessero respingendo barche cariche di rifiuti pericolosi». Critiche sono state rivolte anche alla «pratica della detenzione dei migranti irregolari, della loro criminalizzazione e dei maltrattamenti nel contesto dei controlli delle frontiere» che, secondo Pillay, «devono cessare». Con particolare riferimento all’Italia, l’Alto commissario Onu ha poi fatto riferimento a «un’abbondante documentazione di discriminazione e trattamenti degradanti nei confronti della popolazione rom».
A livello europeo, invece, Jacques Barrot e il ministro della Giustizia svedese Tobias Billstrom, in rappresentanza della presidenza Ue, hanno evidenziato la necessità di rafforzare Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell’Ue, annunciando prossime proposte per ampliare le attività dell’Agenzia alla cooperazione con i Paesi terzi e ai rimpatri dei clandestini. Barrot ha anche evidenziato che il principio del non respingimento non è applicato da tutti i Paesi uniformemente ed è quindi necessario approfondire la questione. Il commissario europeo ha inoltre sottolineato la necessità di rispettare il «principio di non respingimento fissato dalla legislazione comunitaria nei confronti di chi vuole varcare le frontiere esterne dell’Ue», principio secondo cui i rinvii non devono avvenire verso Paesi dove le persone rischiano di essere soggette a trattamenti degradanti o inumani, mentre «deve essere rispettato il dovere di protezione verso chi intende chiedere asilo».
Infine Barrot ha aggiunto che la Commissione europea «sta studiando in modo accurato» la risposta ricevuta dall’Italia alla richiesta di chiarimenti inviata a luglio a proposito dei respingimenti di immigrati verso la Libia.

INFORMAZIONI: http://www.ohchr.org

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