Il sonno della ragione

settembre 2009
Vignetta di Steve

Vignetta di Steve

La ripresa dopo la pausa estiva si annuncia per l’Italia e l’Europa densa di problemi gravi di cui non si intravedono convincenti soluzioni. La lista sarebbe lunga, ma ragioni etiche oltre che politiche inducono a portare l’attenzione su un tema decisivo per il nostro futuro, quello delle forme di convivenza possibile tra le molte culture – ed inculture – che si affrontano in materia di immigrazione.
I drammi di agosto nel canale di Sicilia sono ancora nella nostra mente, la vicenda dei “respingimenti” di cui è stato protagonista il governo italiano continua ad essere al centro di un duro confronto a livello internazionale così come il problema degli insediamenti dei rifugiati presenti sui territori europei.
Ripetere che il problema è complesso sarà pure banale, ma non ci esime dal cominciare col dire che di un vero problema si tratta e che come tale va affrontato, evitando semplificazioni o sparate demagogiche. In altre parole: non necessariamente in materia ci sono da una parte i cattivi che chiedono sicurezza e attenzione alle esigenze delle popolazioni stabilmente residenti e dall’altra i buoni che invocano diritti e comprensione per chi entra in qualche modo sui nostri territori con motivazioni peraltro diverse.
Può essere utile di fronte alla complessità del problema richiamare alcune considerazioni elementari cominciando dall’imprescindibile saldatura tra doveri e diritti di tutti verso tutti. Non soltanto quindi i diritti di chi si sente “invaso” e di chi chiede accoglienza, ma anche i doveri di chi in questo nostro Paese risiede regolarmente – qualunque sia la sua nazionalità – e deve agire nella legalità, compresa quella internazionale liberamente condivisa, e i doveri di quanti arrivano su questi territori e debbono rispettarne le regole. Tutto questo senza dimenticare il contesto sociale e politico in cui il fenomeno crescente e inarrestabile dei flussi migratori internazionali si sta manifestando, non solo nel nostro Paese e in Europa ma nel mondo. Sono molti a dimenticare, o a non sapere, che la pressione migratoria internazionale è molto più forte in aree economicamente deboli come l’Africa sub-sahariana e in Paesi asiatici o in Paesi industrializzati come gli Usa, il Canada o l’Australia che non in Europa.
A molti fa difetto sul tema una “vista lunga” e uno sguardo largo sull’incidenza del fenomeno migratorio nella nostra ricca società occidentale. Lasciando da parte quelli – e sono molti e, tra questi, non pochi investiti di rilevanti responsabilità politiche – che negano l’evidenza di una “società multietnica” che già si sta consolidando tra di noi, come non vedere quanto ci dicono le proiezioni demografiche e la domanda del mercato del lavoro futuro? È esperienza quotidiana quella delle nostre scuole dove cresce la presenza degli “stranieri” (ormai attorno al 10%) o quella della nostra agricoltura dove aumenta il contributo dei lavoratori senza cittadinanza italiana e magari anche senza emersione dal lavoro in nero.
Ma in Europa è già ora di guardare più in là nel tempo: se dal 2002 l’Ue assorbe ogni anno poco meno di due milioni di immigrati che si sono stabiliti prevalentemente in Spagna, nel Regno Unito, in Germania, Francia, Italia e Grecia, non va dimenticato che, nonostante questi afflussi, la popolazione europea in età lavorativa dovrebbe diminuire di circa 50 milioni di unità entro il 2060. Se sopravvivesse tra noi anche solo un barlume di ragione non sarebbe difficile capire a quali difficoltà andrà incontro la nostra economia già duramente fiaccata dalla crisi in corso e la nostra società dell’opulenza cresciuta, fino a mezzo secolo fa, grazie ad una colonialismo di rapina, tramutatosi poi in dominazioni economiche che hanno condannato la maggioranza dell’umanità alla povertà e al sottosviluppo.
Sono questi gli ingredienti della miscela esplosiva che sta connotando come problema i flussi migratori in Italia e in Europa e troppi sono coloro che sono pronti ad accendere la miccia più che a disinnescare la bomba sulla quale siamo seduti.
Come farlo non sarà semplice, anzi è chiaro che sarà impossibile soltanto lanciandosi reciproci anatemi e strumentalizzando il tema per miopi calcoli elettorali. Va ritrovata la strada della ragione e del dialogo tra visioni diverse, l’attenzione ad analisi oggettive e comparate e a proiezioni credibili su tempi medio-lunghi. Soprattutto sarà indispensabile ritrovare una cultura del dialogo e, per molti, un po’ di cultura “tout court”, rinfrescando la storia antica e recente da cui veniamo, imparando la nuova geografia di un mondo che sta cambiando e ritrovando valori essenziali che si vanno pericolosamente erodendo. In una parola: ridestando la ragione da un sonno, oggi agitato da incubi e domani generatore di nuovi mostri. (Franco Chittolina)

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