Caucaso sempre in tensione

settembre 2009

È trascorso un po’ più di un anno dallo scoppio della guerra fra Russia e Georgia, una guerra durata cinque giorni ma che ha rivelato e riportato alla luce antichi e nuovi conflitti mai risolti in quella regione. Malgrado un apparente ritorno, se non alla pace almeno ad una certa calma, l’estate di quest’anno è tornata ad essere particolarmente turbolenta nel Caucaso, sia a Nord che a Sud.
A Nord, le piccole repubbliche russe di Cecenia, Inguscezia e Daghestan sono state teatro di ripetuti e violenti attentati attribuiti ad una ribellione islamica sempre più attiva nella regione. Ma non solo, visto che la brutalità di un certo potere ha, ancora una volta, ucciso una giornalista, Natalia Estemirova, e due altri attivisti dei diritti umani in Cecenia, senza che siano mai identificati e condannati i colpevoli. Una situazione ben lontana da quella normalizzazione che Mosca pretende di presentare alla comunità internazionale.

interessi internazionali
Fuori dai confini della Federazione russa, nel Caucaso del Sud, la tensione fra Russia e Georgia è risalita e, per un certo periodo di tempo, sono tornati a soffiare il vento e la paura di un nuovo conflitto. Il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud da parte della Russia, se da una parte rivela la contraddizione della politica di Mosca nei confronti delle repubbliche del Caucaso del Nord, dall’altra crea una situazione di fatto difficilmente accettabile dalla Georgia e dalla comunità internazionale, che continuano a difendere l’integrità territoriale della Georgia stessa. Il vicepresidente Usa, Joe Biden, in visita a Tbilisi nel luglio scorso, lo ha chiaramente ribadito, confermando così la posizione degli Stati Uniti al riguardo. Nel frattempo, l’Abkhazia ha dato ordine alla sua marina di colpire tutte le navi georgiane che violassero quello che essa considera il suo spazio marittimo. Un esempio questo della tensione e delle conseguenze di una situazione irrisolta e generatrice di costante instabilità. La Russia, infatti, continua a considerare il Caucaso del Sud troppo strategico per i suoi interessi, visto che la sua presenza nel Mar Nero le permette un accesso al Mediterraneo. Ma anche l’Europa, forse con un certo ritardo, ha colto l’importanza di questa regione, includendola prima nella sua politica di vicinato e concludendo più recentemente un “partenariato orientale” per rafforzare la cooperazione politica ed economica.

gasdotti e oleodotti
Il Caucaso infatti, con la caduta dell’Unione Sovietica e l’allargamento dell’Unione Europea ad Est, si situa ora alle nostre immediate frontiere, con una posizione geostrategica alquanto sensibile perchè crocevia tra Oriente e Occidente e tra Russia a Nord e Meditteraneo a Sud. Crocevia soprattutto per il passaggio degli oleodotti e dei gasdotti provenienti dal Caspio e dall’Asia Centrale, storicamente controllati dalla Russia e oggi con nuovi progetti di itinerari volti sempre più ad evitare tale controllo. Ad esempio l’oleodotto BTC (Baku, Tbilisi, Ceyan) o il gasdotto Baku Tbilisi Erzerum, sono stati sostenuti sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea per portare in Europa petrolio e gas, attraverso la Turchia. Altri progetti in corso, ad esempio il progetto europeo Nabucco hanno lo stesso obiettivo: diminuire la dipendenza energetica dalla Russia ed allentare il suo controllo sulle vie di transito. Non vanno infatti dimenticate, in proposito, le difficoltà di approvvigionamento energetico vissute da alcuni Paesi europei negli ultimi due anni e scrivibili a oscure ragioni, nonché a problematiche relazioni fra Russia e Ucraina.

vari conflitti regionali
La situazione è resa ancor più critica se si considerano anche gli altri focolai di tensione nella regione. Il conflitto fra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh (irrisolto dal 1993) è tornato d’attualità dopo che Armenia e Turchia, molto recentemente, hanno avviato negoziati per ristabilire relazioni diplomatiche e riaprire le loro frontiere. Una prospettiva, questa, carica di significati e leggibile non solo da un punto di vista della stabilità e della pace nella regione. In gioco per la Turchia, c’è anche un futuro accesso al gas dell’Iran (secondo produttore al mondo dopo la Russia) attraverso l’Armenia, con l’obiettivo di diventare il passaggio naturale di importanti quantità di gas, oltre a quello russo, verso l’Europa. Un ruolo per la Turchia che sia l’Europa che la Russia, per ragioni diverse, dovranno valutare. La Russia perché ha firmato quest’estate vari accordi di cooperazione economica ed energetica con la Turchia e conta in particolare sull’alleanza con l’Armenia per rafforzare la sua posizione nel Caucaso del Sud. L’Europa perché ha bisogno di diversificare i suoi approvvigionamenti di gas e petrolio per ridurre la dipendenza dalla Russia.
E tutti questi interessi che si intrecciano, che determinano sempre più i rapporti internazionali ed energetici, che determinano i rapporti tra Est e Ovest, tra Stati Uniti, Europa e Russia hanno come teatro un piccolo fazzoletto di terra che raramente ha conosciuto, in tutta la sua storia, momenti durevoli di stabilità e di pace. Vista la posta in gioco, purtroppo le prospettive non si annunciano serene.
Tutto ciò senza dimenticare l’irrisolto problema dei rapporti tra Turchia e Armenia, con la conseguente persistente rottura delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi originata dal genocidio armeno del 1915. Un genocidio la cui memoria è tuttora presente e dolorosa nel popolo armeno e che forse la Turchia è ora pronta a riconoscere. Con la speranza che non sia solo per ragioni economiche. (Adriana Longoni)

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