Civiltà e diritto

giugno 2009

Vi sono messaggi che ci arrivano da tempi lontani ma che continuano a parlare agli uomini di oggi, almeno a quelli che sanno ancora leggere e pensare. È il caso di una favola di Esopo, quella dei due nemici: «Due uomini che si odiavano viaggiavano sulla stessa nave: l’uno a poppa, l’altro a prua. Scoppiò la tempesta e il naufragio era imminente. L’uomo che era a poppa domandò al pilota quale parte della nave sarebbe affondata per prima. “La prua” rispose quello. “Allora” ribattè l’uomo “la morte non mi rattrista per nulla, poiché vedrò il mio nemico morire prima di me”.
Il pensiero va alle vicende di questi giorni sui “respingimenti” dei barconi con il loro doloroso carico umano: storie di vita e di morte che non riguardano soltanto gli immigrati respinti, ma chiamano in causa tutti noi, la concezione che abbiamo della vita nostra e altrui, della civiltà in cui viviamo e del diritto cui diciamo di riferirci.
Sul versante del diritto la questione è complicata ed ha offerto l’occasione per violente controversie dai toni non proprio diplomatici, in particolare da parte del nostro ministro, non si sa se della Difesa o dell’Attacco, nei confronti dell’Onu e delle sue messe in guardia. Molte le voci che si sono levate in un senso o nell’altro nel giudicare l’operato del governo italiano in un clima di contesa elettorale che sta avvelenando non poco gli animi e accentuando le paure di un’opinione pubblica da tempo alimentata da una “retorica xenofoba”, come ha denunciato il presidente della Repubblica, Giorgio Naplitano.
Punto centrale della questione resta quello del diritto d’asilo e l’interpretazione della Convenzione di Ginevra del 1951, liberamente sottoscritta dall’Italia (ma non dalla Libia, dove i migranti vengono respinti). Sullo sfondo anche le normative europee in materia di politica dell’asilo e dell’immigrazione in corso di ratifica e di elaborazione, che chiamano in causa l’Ue e che hanno fatto dire al nostro ministro degli Esteri che l’Europa ha fatto troppo poco per la soluzione di questo problema.
A parte il fatto che proprio lo stesso ministro è stato fino ad un anno fa il responsabile di questa materia, quando sedeva come vicepresidente della Commissione europea, non si può sfuggire all’impressione di un penoso imbarazzo dell’Ue ad intervenire su una vicenda di grande sensibilità non solo politica e giuridica, ma anche etica.
Né si può mettere tutto sul conto della vigilia elettorale europea e la cautela nell’intervenire su vicende interne di un Paese membro: intanto perché non di vicende solo interne all’Italia si tratta e poi perché se l’Ue non parla alla vigilia di un voto determinante per il suo futuro, quando mai parlerà?
Il silenzio assordante dell’Ue in questi giorni viene da lontano, dall’irrisolto problema delle sovranità nazionali sui confini di ciascun Paese membro che in questi anni, con il processo di integrazione europea, sono diventati confini comuni, superati i quali dovrebbe funzionare il principio della libera circolazione, come avviene per gran parte degli immigrati in arrivo nel nostro Paese. È evidente che siamo di fronte ad un problema “europeo”, come è evidente che si continua ad affrontarlo come un problema nazionale salvo invocare l’Europa, quando si ha l’acqua alla gola,  perché intervenga con una soluzione condivisa.
È proprio qui il punto: perché l’appello all’Europa possa funzionare, bisognerebbe essersi impegnati a “fare” l’Europa, trasferendole poteri e responsabilità che oggi non ha o non ha ancora. Si sta sviluppando lentamente un abbozzo di politica comune europea dell’immigrazione e l’Ue ha fissato per il 2010 la scadenza per dotarsi di un “Sistema europeo comune di asilo” oggi non ancora in vigore.
Ma in Europa dovrebbe già “essere in vigore” una civiltà attenta ai valori della vita e dell’accoglienza, fondata su formali e chiare dichiarazioni d’impegno al rispetto dei diritti umani fondamentali che le impediscono di dividere l’umanità in amici e nemici. Anche perché siamo tutti sulla stessa barca ed è magra soddisfazione sapere che finiranno prima sott’acqua quelli che stanno a prua del barcone, dimenticando che subito dopo toccherà a noi.
Sarà bene che non lo dimentichi neanche l’Europa, se vuole continuare a vivere e progredire dentro confini di civiltà e di diritto. (F. C.)

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