Contrastare il lavoro forzato

giugno 2009

Il lavoro forzato è l’antitesi del lavoro dignitoso. È causa di indicibili sofferenze e deruba le sue vittime. Il lavoro forzato può essere sradicato, purché ci sia un impegno da parte della comunità internazionale, lavorando insieme ai governi, ai datori di lavoro, ai lavoratori e alla società civile». Con queste parole il direttore dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil – International labour organization, Ilo), Juan Somavia, ha presentato il 12 maggio scorso un nuovo studio dell’Agenzia dell’Onu intitolato Il costo della coercizione, dedicato appunto ai costi umani ed economici del lavoro forzato, «un argomento economico rilevante, nonché un imperativo morale, che dovrebbe  spingere i governi ad accordare la massima priorità alla questione» osserva l’Ilo.
Un fenomeno globale il cui «costo opportunità» supera i 20 miliardi di dollari l’anno, in termini di guadagni perduti, e che con la crisi economica in corso mette a maggior rischio le fasce di popolazione maggiormente vulnerabili. Secondo il Rapporto, infatti, sono in aumento le «pratiche immorali, fraudolente e criminali» che costringono le persone al lavoro forzato e per questo servono «maggiori sforzi» per sradicare il fenomeno.
Per quanto concerne il numero di persone coinvolte in queste pratiche, l’Ilo sta aggiornando le rilevazioni del 2005 ma non ha ancora reso noti i risultati, per cui ci si attiene alle stime di qualche anno fa secondo cui almeno 12,3 milioni di persone nel mondo sarebbero vittime di qualche forma di lavoro forzato o schiavitù. Di queste, 9,8 milioni sarebbero sfruttate da soggetti privati, comprese 2,4 milioni costrette al lavoro forzato in conseguenza al traffico di esseri umani; 8,1 milioni sarebbero sfruttate al di fuori dell’“industria del sesso”.
In un momento di difficoltà economica come l’attuale, sottolinea il Rapporto dell’Ilo, è necessario evitare che siano danneggiate «le garanzie tenacemente messe in piedi per prevenire il lavoro forzato e la tratta di esseri umani lungo tutta la filiera di produzione». Mentre la maggior parte dei Paesi ha introdotto legislazioni che considerano il lavoro forzato un reato penale, alcuni Paesi si trovano ancora in grosse difficoltà a identificare i casi di abuso e ancor più a definire adeguate risposte politico-normative. «Il lavoro forzato è tuttora maggiormente presente nei Paesi in via di sviluppo, spesso nell’economia informale o nelle regioni isolate dove mancano le infrastrutture e dove l’ispezione del lavoro e l’applicazione delle leggi sono deboli» osserva il Rapporto, secondo cui per fronteggiare tale situazione «occorrono delle politiche integrate nelle quali l’applicazione delle leggi sia combinata con misure di prevenzione e di protezione. In tal modo, le popolazioni a rischio di lavoro forzato sono messe in grado di difendere i propri diritti».
Servono dunque nuove leggi e politiche nazionali e regionali, nonché il potenziamento delle misure di protezione sociale per le fasce che rischiano maggiormente di essere coinvolte sia nelle pratiche di lavoro forzato sia nella tratta di esseri umani. Ma sono necessarie anche sanzioni effettive: «Non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro forzato è un reato criminale grave che richiede un’azione penale» ha dichiarato il responsabile del Programma speciale dell’Ilo per combattere il lavoro forzato, Roger Plant, il quale ricorda le persistenti difficoltà nella stessa definizione del lavoro forzato. Secondo l’analisi dell’Ilo, infatti, «spesso il lavoro forzato non viene definito in modo molto preciso  nelle legislazioni nazionali. Di conseguenza, risulta spesso molto difficile affrontare i modi più subdoli nei quali è negata la libertà dei lavoratori». La sfida dunque, osservano i responsabili dell’Ilo, consiste nel «trovare una risposta integrata al problema del lavoro forzato, facendo perno sulla prevenzione e sull’applicazione delle leggi, e con la possibilità di portare i casi sia davanti ad un tribunale del lavoro sia davanti ad un tribunale penale».

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org

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