Asilo a rischio in Italia e nell’Ue

giugno 2009

Il 6 maggio scorso, le autorità italiane hanno inaugurato una nuova pratica di lotta all’immigrazione illegale: sulla base di un accordo bilaterale tra i governi italiano e libico, 227 migranti soccorsi in mare al largo di Lampedusa anziché essere portati in salvo in territorio italiano sono stati ricondotti in Libia, cioè da dove erano partiti diretti verso le coste italiane che costituiscono la frontiera sud dell’Ue. Quel respingimento di migranti è stato solo il primo di una serie susseguitasi nelle settimane successive, iniziativa definita dal governo italiano come una «svolta» importante nelle pratiche di lotta all’immigrazione illegale. Si è però aperto un ampio dibattito a livello nazionale, europeo e internazionale sulla legittimità di una pratica che non tutela le garanzie delle persone che potrebbero avere diritto alla protezione internazionale, tanto più perché la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati e quindi in quel Paese sicuramente tali diritti sono violati perché neanche riconosciuti come tali.
Varie le critiche rivolte al governo italiano da Ong italiane ed europee nonché da vari organi di informazione europei e non solo, perché queste pratiche dei respingimenti si sommano alle nuove misure sulla sicurezza volute dalla maggioranza di governo e alla sempre più evidente deriva xenofoba che incalza il Paese (al proposito si veda l’inserto di “euronote” n. 55/2009), in un quadro generale che fa attualmente dell’Italia uno dei Paesi europei a maggior rischio per i diritti degli stranieri. In particolare sulla questione dei respingimenti si è alzata forte la voce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), che ha ricordato il dovere dello Stato italiano di tutelare i diritti fondamentali e di protezione in quanto Stato membro dell’Ue e delle Convenzioni internazionali in materia. Alcuni esponenti del governo italiano e alcuni organi di informazione hanno però pesantemente attaccato e insultato l’Unhcr, mettendo il Paese in un’imbarazzante posizione a livello internazionale.

Onu: l’Italia non tutela
il diritto d’asilo

Fin dai primi respingimenti praticati dalle autorità italiane, l’Unhcr ha espresso forte preoccupazione perché in questo modo è «messo in pericolo il sistema di asilo in tutta Europa». I responsabili dell’Unhcr per l’area del Mediterraneo hanno osservato come esista «una certa confusione» in ambito europeo su questa materia, ma che con i respingimenti «non si dà possibilità» alle persone che hanno i requisiti di chiedere asilo, «e sui barconi ce ne sono sempre molte» hanno dichiarato. Inoltre, il respingimento automatico di migranti attuato dalle autorità italiane verso la Libia preoccupa anche perché questo Paese non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, oltre che per le gravi condizioni di detenzione cui sono sottoposti i migranti in Libia secondo quanto denunciano da varie indagini e inchieste.
L’intenzione, espressa già in passato da alcuni esponenti politici europei e ora riproposta dal ministro degli Esteri italiano ed ex vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, di voler procedere a un eventuale controllo dei requisiti fuori dal proprio territorio è un concetto molto pericoloso, sostiene l’Unhcr, perché potrebbe essere estesa ad altri Paesi e significherebbe che «l’Ue chiude completamente le porte» anche a persone che fuggono da persecuzioni e violenze di ogni tipo. Così, ricordando che il principio del non respingimento (non refoulement) è un principio fondamentale che non conosce limitazione geografica, mentre la politica ora applicata dall’Italia mina l’accesso all’asilo nell’Ue e comporta il rischio di violare tale principio, l’Agenzia dell’Onu ha chiesto ufficialmente alle autorità italiane di «riammettere le persone rinviate dall’Italia e identificate dall’Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale», richiesta sulla quale si è detto d’accordo anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha espresso «pieno appoggio» all’iniziativa dell’Alto commissariato per i rifugiati. Dal canto suo, l’Unhcr sta cercando di fornire assistenza umanitaria e protezione alle persone rinviate in Libia dall’Italia e dai primi colloqui risulta che alcune di loro chiedono protezione internazionale e potrebbero avere diritto a tale protezione, ad esempio cittadini somali ed eritrei.
Alle affermazioni del presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, secondo cui tra i migranti che giungono illegalmente via mare non ci sarebbero potenziali richiedenti asilo, rispondono i dati ufficiali dell’Unhcr: nel 2008 oltre il 75% dei migranti giunti in Italia via mare (che rappresentano solo il 10% circa dell’intera immigrazione illegale annua) ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale; più del 70% delle circa 31.000 domande d’asilo presentate nel 2008 in Italia proveniva da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese; il maggior numero di domande d’asilo in Italia è stato presentato da cittadini provenienti dalla Nigeria, seguiti da persone in fuga dalla Somalia e dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dalla Costa d’Avorio e dal Ghana.

anche vittime di tratta
tra i migranti respinti

Inoltre, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim-Iom) ha rilevato che tra i migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le coste italiane vi sono vari gruppi “vulnerabili” che hanno bisogno di protezione, comprese donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale. Il fenomeno degli arrivi, soprattutto a Lampedusa, di vittime di tratta è in forte aumento secondo l’Oim: nel 2008 ne sono giunte oltre 1500, cioè oltre la metà (52%) del totale delle donne arrivate a Lampedusa.
Si constata quindi l’esistenza recente di una vera e propria rotta di tratta fra la Libia e l’Italia. Quasi tutte le donne arrivate rispondono ad alcuni indicatori standard che segnalano la tratta, sottolineano gli esperti dell’Oim: sono donne giovani, poco più che ventenni, e riferiscono di essere state reclutate in strada o davanti alle scuole, soprattutto nell’area di Benin City, capitale dello Stato nigeriano di Edo, porto sul fiume Benin caratterizzato da una forte situazione di illegalità. Secondo le testimonianze raccolte, in genere viaggiano su camion fino in Libia, dove prima di tentare la traversata nel Mediterraneo, se già non è accaduto durante l’attraversamento del continente africano, sono sfruttate sessualmente. Se molte donne sono consapevoli dell’impiego cui saranno destinate una volta giunte nell’Ue, nessuna immagina il livello di sfruttamento a cui saranno sottoposte, dalla schiavitù fino al sequestro, per questo l’Oim ritiene necessario contrastare il fenomeno attraverso un «coordinamento stretto fra tutti gli attori coinvolti: le procure antimafia (che hanno giurisdizione sul reato di tratta), le procure ordinarie, la Polizia con gli Uffici immigrazione e le squadre mobili, i Carabinieri, la Finanza e le Ong».
L’Agenzia dell’Onu per le migrazioni, ricordando come in Libia non siano riconosciuti gli standard di protezione europei e dunque «i respingimenti verso quel Paese violano norme di diritto internazionale», si dichiara possibilista sulla creazione di centri in Libia che valutino l’esistenza tra i migranti dei requisiti necessari per giungere nell’Ue, evitando così l’ultimo tratto del viaggio in mare in cui la mortalità è elevatissima. Il problema però, sottolinea l’Oim, è di «garantire l’accesso alle Ong, alle organizzazioni internazionali, all’Unhcr, agli enti di tutela dei migranti e richiedenti asilo, facendo in modo che le organizzazioni possano monitorare i centri e promuovere all’interno di essi i diritti dei migranti».
L’Oim sottolinea però la necessità di creare canali di ingresso regolare nell’Ue, «semplici ed efficaci», in caso contrario continueranno i flussi irregolari perché in materia di immigrazione «la repressione non serve».

chiesto un
“tavolo euromediterraneo”

Per cercare di risolvere una situazione complessa e soprattutto pericolosa per i diritti fondamentali dei migranti, l’Unhcr ha chiesto alla Commissione europea di valutare l’opportunità di convocare un incontro tra Italia, Malta, Libia, Unhcr stesso e altri partner rilevanti al fine di definire una strategia congiunta mirata a trovare una soluzione «più soddisfacente» alle migrazioni irregolari nel Mediterraneo.
Con una lettera indirizzata al vicepresidente della Commissione europea, Jaques Barrot, l’Alto commissario António Guterres ha affermato che l’Unhcr si rende conto della pressione esercitata dalla migrazione irregolare in Italia e in altri Stati membri dell’Ue. Tuttavia l’Unhcr ritiene che siano a rischio i principi fondamentali che dovrebbero guidare la risposta a questi movimenti di popolazione. In linea con la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto di chiedere asilo in caso di persecuzione e stabilisce che il principio di diritto consuetudinario internazionale del non-respingimento esclude il ritorno a situazioni dove la vita o la libertà dell’individuo siano messe a repentaglio.
La concessione di asilo «resta una responsabilità dei singoli Stati» sottolinea l’Unhcr, la cui attività «non può rappresentare in alcun modo un sostituto di tale responsabilità», scrive alle istituzioni europee l’Agenzia dell’Onu che sta incrementando la sua presenza in Libia per poter dare più sostegno a coloro che hanno necessità di protezione internazionale.

Amnesty contro
il “pacchetto sicurezza”

Negli stessi giorni di metà maggio, un’altra lettera aperta riguardante l’Italia è stata inviata alla  Commissione europea, questa volta da Amnesty International che ha espresso la sua preoccupazione sul fatto che la legislazione italiana in via di definizione in materia di sicurezza possa non essere compatibile con la normativa dell’Ue ed essere causa di discriminazioni.
Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ha osservato l’Ufficio europeo di Amnesty, potrebbe «non essere compatibile» con gli standard internazionali sui diritti umani e con la legislazione europea, compresa la direttiva 43 del 2000 sul razzismo. Questo disegno di legge, secondo Amnesty, potrebbe infatti minacciare seriamente i diritti di migranti e richiedenti asilo nonché introdurre provvedimenti discriminatori soprattutto nei confronti delle comunità rom e sinti. «L’Ue deve condannare ogni provvedimento discriminatorio che non solo viola la normativa europea ma mette a rischio le persone più vulnerabili della società» ha scritto Amnesty, denunciando che le nuove norme italiane potrebbero limitare l’accesso a cure sanitarie basilari e all’istruzione di popolazioni rom, persone senza fissa dimora e migranti.
«Il principio di non discriminazione, contenuto nelle normative internazionali ed europee, deve essere rispettato» ha sottolineato Amnesty, mentre l’Ue «non può ignorare la creazione di politiche a sfondo razziale in qualche suo Stato membro chiudendo un occhio sul processo legislativo», per questo è chiesto alla Commissione europea di intervenire al più presto.

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.ithttp://www.iom.inthttp://www.aieu.be

IL CESE CHIEDE UN SISTEMA COMUNE D’ASILO

In seguito ai respingimenti di migranti verso la Libia decisi dal governo italiano, il 13 maggio scorso il presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), Mario Sepi, ha chiesto che l’Ue adotti al più presto un regime comune in materia di asilo e canali legali per l’immigrazione, la quale dovrebbe costituire «una risorsa per tutti».
«Come presidente del Cese intendo esprimere pieno dissenso rispetto alla pratica in base alla quale l’Unione europea o i suoi Stati membri concludono accordi di rimpatrio o di controllo delle frontiere con Paesi che non hanno sottoscritto i principali strumenti giuridici internazionali per la difesa dei diritti di asilo» ha dichiarato Sepi, aggiungendo inoltre che il Comitato economico e sociale si oppone a qualunque misura di respingimento o rimpatrio che non sia condotta in condizioni di assoluta sicurezza e dignità. Secondo il Cese, infatti, le persone il cui bisogno di protezione non è stato esaminato da uno Stato membro non dovrebbero essere respinte o espulse a meno che non ci sia una garanzia che i loro bisogni saranno esaminati nel Paese terzo «con un procedimento equo e in linea con le norme internazionali in materia di protezione».
Questa situazione, riemersa drammaticamente nelle ultime settimane anche e soprattutto per le iniziative del governo italiano, così come le migliaia di morti verificatesi nel Mediterraneo negli ultimi anni, «chiama direttamente in causa le istituzioni europee, che devono necessariamente proporre con forza un’azione più efficace ed umana» ha osservato il presidente del Cese, chiedendo a tutte le istituzioni dell’Ue di attuare «al più presto» un regime europeo comune di asilo che permetta di affrontare queste problematiche «nel pieno rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, ma anche con una maggiore solidarietà tra gli Stati, senza lasciare da soli gli Stati più esposti ai flussi migratori».
Negli ultimi anni, inoltre, il Cese ha più volte richiesto al Consiglio dell’Ue l’apertura di canali legali di immigrazione, «affinché essa possa diventare una risorsa per tutti, per le nostre economie e società, che ne hanno così bisogno, ma anche per gli immigrati stessi, alla legittima ricerca di condizioni di vita più degne e della tutela dei diritti individuali e collettivi, e infine per i Paesi d’origine».

INFORMAZIONI: http://eesc.europa.eu

DATI SULLE DOMANDE D’ASILO NELL’UE NEL 2008

Mentre in Italia il governo si è reso protagonista, oltre che per i respingimenti di migranti e potenziali richiedenti asilo e per la richiesta all’Ue di prendersene carico, anche per i deprecabili insulti rivolti da alcuni ministri contro l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), Eurostat ha reso noti i dati 2008 sulle domande d’asilo presentate nell’Ue.
Lo scorso anno sono state presentate circa 240.000 domande d’asilo nei 27 Paesi dell’Ue, il che equivale a circa 480 domande per milione di abitanti. I Paesi di provenienza dei principali gruppi nazionali di richiedenti asilo sono stati l’Iraq (29.000, con il 12% delle domande complessive), la Russia (21.000 o 9%), la Somalia (14.300 o 6%), la Serbia (13.600, quasi 6%) e l’Afghanistan (12.600 o 5%). È quanto riporta uno studio pubblicato da Eurostat l’8 maggio scorso, secondo cui il maggior numero di domande d’asilo è stato presentato in Francia (41.800), seguita da Regno Unito (30.500, dato che riguarda solo le nuove domande), Germania (26.900), Grecia (24.900), Grecia (19.900), Belgio (15.900) e Paesi Bassi (15.300). Eurostat non riporta il dato italiano perché non completo, ma secondo l’Unhcr le domande presentate nel 2008 sono state circa 31.000, numero che collocherebbe l’Italia al secondo posto (al terzo, in realtà, perché quello del Regno Unito è molto più alto se misurato come negli altri Paesi) se fosse comparabile al dato rilevato dall’Ufficio statistico dell’Ue.
Rapportando il numero di domande alla popolazione di ogni Stato membro, il tasso più elevato di richieste d’asilo ha riguardato Malta (6350 domande per milione di abitanti), seguita da Cipro (4370), Svezia (2710), Grecia (1775), Austria (1530) e Belgio (1495). In vari Stati dell’Ue, gran parte delle domande proviene da un singolo Paese: è quanto avviene ad esempio in Polonia (91% delle domande dalla Russia), Lituania (77% dalla Russia), Ungheria (52% dalla Serbia), Lussemburgo (48% dalla Serbia) e Bulgaria (47% dall’Iraq).
Nel complesso delle domande presentate nei Paesi dell’Ue durante il 2008, il 73% è stato respinto, il 13% accolto con il conseguente riconoscimento dello status di rifugiato, il 10% ha ottenuto protezione sussidiaria e il 5% l’autorizzazione a rimanere per ragioni umanitarie nel Paese dove ha presentato domanda.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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